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Biellese Magico e Misterioso | 25 agosto 2019, 08:00

Biellese magico e misterioso: I misteriosi unguenti del guaritore “Camp ëd giugn” di Cavaglià

A cura di Roberto Gremmo

Biellese magico e misterioso: I misteriosi unguenti del guaritore “Camp ëd giugn” di Cavaglià

La storia minore dell’Ottocento biellese é ricca di personaggi eccentrici e fuor del comune.

   Uno di questi é un ‘paesan’ che preparava unguenti senza essere farmacista. Gravissima colpa quella di far concorrenza al monopolismo della medicina ufficiale e dunque severamente sanzionata.

   Se ne accorse sulla propria pelle il contadino di Cavaglià Stefano Schillino, condannato il 17 settembre del 1862 dal Tribunale di Biella ad una multa di trecento lire “e in difetto al carcere per mesi sei” per “esercizio abusivo della medicina” per aver curato diversi malati ad Andorno ed in altri paesi della valle Cervo.

   Purtroppo per lui, le sue prestazioni non avevano ottenuto buoni risultati e qualche poveretto che aveva preferito le sue cure a quelle di un medico era addirittura morto, vittima della radicata diffidenza popolare nei confronti delle arti salvifiche patentate.

   Il contadino di Cavaglià aveva fatto tutto il possibile, ma i suoi rimedi erano impotenti di fronte al male. Probabilmente le sue conoscenze derivavano da una tradizione salvifica empirica ben lontana dalle pratiche consigliate allora dai medici come quei salassi, praticati spesso senza licenza da diversa gente dei paesi.

  A Cavaglià dove Schillino era nato e viveva, era già finito nei pasticci qualche anno prima di lui un altro contadino, Giovanni Salino detto “Camp ëd giugn”, bollato apertamente come ‘medicone’ e processato quando venne denunciato il 15 giugno 1855 dal brigadiere dei Carabinieri Giacomo Castelli che lo accusò di “esercitare clandestinamente la medicina” spesso con esiti disastrosi.

   S’era infatti sparsa la voce che la morte della figlia di soli 5 anni del contadino Pietro Grosso di Cavaglià fosse dovuta proprio al fallimento delle cure empiriche praticate da Salino.

   La “vociferazione” aveva un qualche fondamento. La povera bambina, per nome Margherita, s’era gravemente ustionata un mese prima quando una sera “si era appicciato il fuoco alle gonnelle stando accanto al focolare” e benché fosse stata subito soccorsa aveva comunque “riportato una non leggiera scottatura” alla gamba che rischiava di essere davvero fatale ad una poveretta “già in quell’epoca male in salute”.

   I genitori chiamarono Salino ed il “Camp ‘d giugn” fornì loro un unguento dicendo di “applicarlo lunghezzo la parte scottata” ma non valse a niente. Il guaritore dovette recarsi di persona al capezzale dell’inferma dove “continuò a far fregazioni con dell’unguento da esso lui preparato nella parte dolente” ma senza ottenere alcun beneficio perché l’infelice adolescente morì fra atroci dolori.

   Era proprio tutta colpa del guaritore e dei suoi impiastri ?

   Quando vennero interrogati dal giudice, il padre Pietro e la madre Maria Rizza ammisero che la piccola “fin dalla sua nascita fu sempre in cattivo stato di salute” e quando le presero fuoco i vestiti era già “obbligata a tenere il letto per malattia”.

   Risultò anche che Salino era stato chiamato solo dopo diversi giorni, perché la madre aveva cercato di medicarle da sola la scottatura “con oglio di oliva mischiato con acqua”.

  I genitori e la loro vicina di casa Maria Machiaraldo dichiararono che probabilmente la bimba non era morta per le bruciature alla gamba ma “soffocata dai vermi, cagionatili dall’aver essa nei giorni due ultimi di sua vita dalle cirieggie mangiate” quando le venne anche la febbre alta.

  Per chiarire le cause del decesso, il Giudice Peano si recò con il cancelliere al cimitero “sito fuori dell’abitato ed in attinenza della capella campestre detta di Babilone” dove fece disseppellire il corpicino della povera Margheria.

   Il chirurgo Giuseppe Panteri procedette alla ricognizione  del cadavere e constatò “un ulcera assai vasta estende[rsi] su tutta la metà esterna della coscia fino al terzo posteriore della corrispondente gamba sinistra”, una piaga in putrefazione causata con tutta probabilità da “una scottatura di terzo grado”. La causa del decesso era quella, perché il medico ammise che si trattava davvero d’una ferita gravissima, praticamente impossibile da guarire, nemmeno se curata “con tutta la sagacità e perizia dell’Arte”.

  E se erano impotenti i luminari della medicina ufficiale, figurarsi quel povero contadino che, tuttavia, l’aveva fatta grossa.

   Pur ritenendolo incolpevole della morte della bambina, il dottor Panteri accusò comunque quello che definì a tutto tondo “il medicone” di sconfinare su un terreno che non era il suo, esercitando “abusivamente la medicina e chirurgia visitando ammalati e somministrando certi ciarotti e unguenti da lui preparati, e suggerendone altri”.

  Andava comunque punito.

   Non la pensavano così i consiglieri comunali del paese che ritenevano Salino una “persona proba, dabbene ed onesta non avendo giammai data causa a lagnanza sulla sua condotta”.

   A Cavaglià, tutti sapevano che forniva su richiesta “qualche rimedio per le scottature” però non chiedeva “mercede alcuna” e nessuno s’era mai lamentato.

   Chiamato dal Giudice, Salino negò decisamente di “esercitare la professione di medico chirurgo e speziale” ammettendo solo di fornire a chi glielo chiedeva espressamente “dei rimedi, ossia unguenti” utili per guarire le scottature.

   Quando volevano dei rimedi per la pelle preferiva suggerire di “applicarvi e procurarsi dalli speziali dell’unguento o dei sirotti”.

  Consigli dati per buon cuore o “dietro richiesta speciale di qualche persona” e soprattutto senza  chiedere niente in cambio, anche se chi ne provava giovamento lo ricompensava spontaneamente. S’era recato in casa del contadino Grosso quando la figlioletta s’era “abbruciata in una gamba” ma negò d’averla visitata a guisa di medico.

   Il 20 luglio, il giudice Regis di Biella “non emergendovi sufficienti prove perchè sia da ritenersi ragionevolmente l’imputato Salino colpevole del reato di abusivo esercizio della medicina” né responsabile della morte della bambina archiviò l’inchiesta, dichiarando “non essere luogo a procedimento”.

   Il ‘medicone’ degli unguenti restò libero e poté continuare ad aiutare con le sue pratiche di ‘medicone’ di campagna chi gli chiedeva aiuto.

   Ed erano in tanti.

    Saremo grati a chi vorrà segnalarci realtà analoghe a quelle esaminate in questo articolo scrivendo a storiaribelle@gmail.

   Per approfondire questi argomenti segnaliamo un libro pubblicato da Storia Ribelle casella postale 292 - 13900 Biella.

Roberto Gremmo

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