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Biellese Magico e Misterioso | 18 agosto 2019, 08:00

Biellese magico e misterioso: L’“immaginario potere soprannaturale” del guaritore Scaglia di Dorzano

A cura di Roberto Gremmo

Biellese magico e misterioso: L’“immaginario potere soprannaturale” del guaritore Scaglia di Dorzano

Nel Biellese di metà Ottocento era diffusa la magia terapeutica dei guaritori di villaggio.

   Uomini pienamente integrati nelle comunità contadine curavano i mali fisici scacciando il ‘malocchio’ con pratiche para-religiose originali e misteriose. La loro attività clandestina era accettata ed apprezzata perché veniva praticata da individui inseriti nella società della gente normale ma anche eredi privilegiati e riconosciuti d’un bagaglio culturale “inevitabile, naturale e spontaneo delle antiche civiltà agrarie”.

   Il loro era davvero un mondo a parte, praticamente ancor oggi sconosciuto di cui vi sono tracce solo nei processi che dovettero subire.

  Uno dei primi ‘stregoni’ rurali ad incappare nelle maglie della Giustizia fu il falegname cinquantunenne Giovanni Scaglia, nato e residente a Dorzano, un paese di 700 anime considerate “di complessione mediocre e d’indole benigna”. Popolani in gran parte dediti all’agricoltura che dava “poca quantità cereali, legumi, frutta di varia sorta, e molto vino di eccellente qualità”.

   Per molti anni, Scaglia riuscì a dar sollievo a compaesani e vicini grazie alle segrete conoscenze di cui si diceva in possesso ma poi, scoperto nell’estate del 1854, venne incolpato di “esercizio abusivo della Medicina e Chirurgia in contravvenzione del disposto dell’articolo ventisei delle regie Patenti sedici marzo 1839 e di truffa”.

   L’uomo aveva visitato molti malati e prescritto personalissimi medicamenti ma si subodorava qualche imbroglio perché si sarebbe “finto rivestito di un immaginario soprannaturale potere per fugare le malattie, e gli spiriti maligni, mediante varij mistici segni, applicazione di reliquie, benedizioni, ed esorcismi, ed altri simili modi”, tutte pratiche condannate dalla legge, perché portavano “ad abusare dell’altrui semplicità, ed ignoranza”.

   I fatti sembravano parlar chiaro.

  Già quattro anni prima della denuncia, il ‘medicone’ s’era recato alla cascina “Montelago” di Cavaglià dove aveva visitato Serafina Mandossa sofferente di forti reumatismi al piede sinistro e per curarla “ebbe ad applicare un empiastro impartendole poscia la benedizione”.

   Qualche mese dopo s’era portato a Candelo, al capezzale di Giuseppa Falcetto “affetta di diarrea” e le aveva prescritto “una medicina composta di tuorli d’uova, acqua di rosa, ed altri simili strani specifici”.    Mentre la poveretta ingoiava quella misteriosa pozione il ‘guaritore’ s’era messo a leggere un suo misterioso librone, pronunciando “parole mistiche ed intelleggibili” facendosi alla fine pagare un franco.  

    Chiamato a Cavaglià a curare Giovanni Battista Forno “il quale trovavasi affetto da gravissima febbre intermittente terzana accompagnata da sintomi Cefalagici” il falegname guaritore aveva cercato di guarirlo “imponendo pure a questi la benedizione e leggendo al suo solito il di lui libro, onde scongiurare, come pretendeva i vermi”. Il rituale magico-terapeutico parve però inefficace ed allora il fratello di Forno, Pietro andò a Dorzano a chiedere a Scaglia qualche altro rimedio.

   Ricevette “una Coppetta di amaro inglese, che fu realmente tranguggiato [sic] dal malato” causandogli “una grave esacerbazione del morbo” che lo portò quasi “agli estremi della vita” per colpa “d’una sì stravagante prescrizione”.

   Malgrado il risultato disastroso della cura, i parenti dell’infermo regalarono comunque al ‘medicone’ un bel po’ di miele.

   Ottenne invece ben 16 franchi per aver cercato di guarire Pietro Ferraris di Candelo, “affetto da infiammazione in una gamba”. Lo visitò parecchie volte mettendo in atto un rituale più complesso del solito, “ponendo sempre in opera gli stessi mistici segni di croce, di Benedizioni, di applicazioni di reliquie onde fugare, come dava a credere, gli spiriti maligni, prescrivendo in pari tempo degli impiastri, ed altri medicamenti”.

   Scaglia mischiò dunque empirismo e sacralità ma attribuì la causa dei dolori fisici a misteriose entità maligne e dunque, specialmente in questo caso, si mosse all’interno d’un universo culturale in cui la malattia veniva interpretata soprattutto come esito negativo degl’influssi di forze sopranaturali. Potenze infernali che potevano essere sconfitte solo da individui con particolari poteri che il furbo falegname dava ad intendere di possedere sul serio perché quando gli chiesero di salvare Gianna Nicolello “affetta d’un tumore alla parte destra della gola” non si tirò indietro e mostrò d’aver fiducia nel proprio armamentario salvifico.

   Tentò di guarirla “applicandole un impiastro e dandole la solita benedizione, e balbettando inoltre parole inintelleggibili che leggeva nel suddetto di lui libro”.

    Chiese ed ottenne 50 centesimi.

   Otteneva talvolta risultati positivi ?

  Le poche carte del suo processo non lo dicono.

   Se la cura del malato di Cavaglià si era rivelata inefficace e addirittura dannosa, non ci sono noti gli esiti degli altri interventi. Risulta però che i pazienti o i loro parenti finivano per offrire a Scaglia danaro o doni in natura e dunque v’é ragionevolmente da supporre non fossero tanto scontenti delle sue prestazioni.

   Non sappiamo neanche se il libro che il guaritore utilizzava per il suo rituale fosse stampato o manoscritto, né conosciamo il suo contenuto.

   Nella cultura contadina tradizionale è sopravvissuta la credenza in un misterioso “Libro del comando”, strumento di potere e di saggezza di particolari individui che traevano auspici ed erano in grado di operare guarigioni spirituali e corporali tramite la conoscenza trasmessa da un volume tenuto in gran considerazione, nascosto agli estranei e lasciato in eredità ad un successore all’atto della morte.

   Taluni ritenevano che questo potentissimo compendio di verità nascoste fosse segretamente in possesso anche di sacerdoti cattolici in grado di ‘fare la fisica’, imponendo il proprio volere a determinati fenomeni naturali.

   Poiché i preti conoscevano il libro sacro e sapevano decifrarne i contenuti con la lettura, la gente del popolo, permeata di una mentalità magica, li riteneva anche in grado di dominare gli elementi perché spesso li vedeva all’opera a scongiurare eventi atmosferici avversi, con benedizioni, rogazioni e quant’altro.

   Il possesso di un compendio magico-religioso da cui il volgo era aprioristicamente escluso perché analfabeta portava la gente più semplice a dilatare a dismisura le credenze nei poteri dell’operatore dei riti.

   Mettendo un po’ sullo stesso piano medici e preti da un lato e guaritori professionisti dell’anti-maleficio dall’altro.

   Del resto, il guaritore di Dorzano riceveva sempre un compenso, al di là dell’efficacia reale delle cure e dunque chi lo chiamava credeva comunque nei suoi poteri.

   Messo sotto accusa il 28 settembre 1854, Scaglia venne processato per aver “trattato malati, loro prescrivendo, e somministrando alcune volte, senza la voluta autorizzazione”, facendosi anche pagare.

   Però con lui i Giudici tennero la mano leggera, ritenendo di non avere prove sufficienti per stabilire che praticando le sue cure avesse davvero “messo in opera raggiri fraudolenti, diretti ad abusare della pubblica credulità coll’unico scopo d’estorcere denaro” perciò lo assolsero dal reato più grave, quello di truffa. Lo condannarono solo alla multa di trecento lire per aver violato l’articolo 26 delle Regie Patenti che inibiva “le professioni di speziale, fondacchiere e venditore di spezie” a chi non avesse ottenuto l’autorizzazione del Protomedicato dell’Università di Torino.

   Secondo i Giudici, il contadino non sarebbe stato un imbroglione, “ma dovrebbe considerarsi quale un fanatico, e di stravolte idee in fatto di religione”.

  Nelle campagne biellesi dell’Ottocento non era il solo.

    Saremo grati a chi vorrà segnalarci realtà analoghe a quelle esaminate in questo articolo scrivendo a storiaribelle@gmail.

   Per approfondire questi argomenti segnaliamo un libro pubblicato da Storia Ribelle casella postale 292 - 13900 Biella.

Roberto Gremmo

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