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Biellese Magico e Misterioso | 11 agosto 2019, 08:00

Biellese magico e misterioso: Gli eroti danzanti del battistero di Biella e il masso fallico di Peveragno

A cura di Roberto gremmo

Biellese magico e misterioso: Gli eroti danzanti del battistero di Biella e il masso fallico di Peveragno

Gli storici dell’arte sono concordi nel ritenere che sulla lastra marmorea che sovrasta il Battistero di Biella raffiguri un enorme fallo turgido attorno a cui danzano due eroti festosi.

   E’ un residuio di culti pagani di fertilità ?

   E’ un fatto che la scena curiosa ed originale é stata valorizzata e in qualche modo ‘santificata’ collocandola sopra l’entrata del tempio dove si pratica il culto salvifico primo e più importante per i cristiani.

    Nella chiesa parrocchiale di Villar San Costanzo, piccolo paese  a poca distanza da Dronero, si conserva una importante pietra magica.

   A sinistra dell'altare è stata murata una roccia dove sarebbe stato decapitato dai feroci pagani il martire Costanzo e su cui si crede di vedere il suo sangue impresso in una vistosa macchia rossastra  molto simile a quella della pietra di Solutore davanti alla chiesetta di Caravino.

   La pietra magica é conservata dietro ad uno spesso vetro  per proteggerla da deplorevoli vandalismi ma soprattutto per impedire pratiche superstiziose ed é murata sotto una lapide scritta in latino che conferma l'autenticità della reliquia.

   Un cartello spiega che in quell’angolo "si venera il sangue" di Costanzo.

   In origine, la sacra pietra e la lapide si trovavano nella chiesa del paese detta di “San Costanzo al Monte” posta sul fianco del monte san Bernardo e venivano esposte accanto ad uno scheletro decapitato ritenuto quello del valoroso martire ‘tebeo’ ucciso proprio in quel luogo.

     Per ragioni che non sono chiare, la pietra rossastra e la targa vennero trasferite nella parrocchiale edificata in pianura, in un luogo da sempre chiamato “Pra malè” perché circondato da un campo particolarmente sterile.

    Quasi a porre rimedio a questa improduttività del terreno, secondo la testimonianza dello scrittore cuneese Ilario Marongiu, proprio davanti alla chiesa si sarebbe sviluppato un culto priapeo basato sulla presenza di “dodici pietre lunghe, simbolizzanti il fallo” alte un metro e venti centimetri. Erano dei massi circolari “diritti e uniformi fin dove una corona, che doveva essere il prepuzio dell’uomo integro, cioè che non subì la ‘minutio capitis’ per causa di reati. In seguito furono uniti mediante una piatina di ferro di 2 cm. x 6 cm. formando così una specie di due recinti”.

   Come ci ha confermato l’anziano sacerdote del paese le pietre rimasero sul sagrato fino agli anni ‘60 e poi vennero rimosse col pretesto d’ampliare la piazza.

  Fino a quel momento nel corso di feste campestri simili a baccanali pagani i giovani del paese, ubriachi ed euforici, avrebbero gridato per anni il loro liberatorio “Viva il piciu !” invitando le donne alla più sfrenata attività sessuale.

   Secondo Marongiu questa scatenata trasgressione collettiva sarebbe avvenuta in un luogo altamente simbolico perché nella nicchia della chiesa di fronte alla pietra del sangue la statua di san Costanzo é insieme a quella di san Vittore ed “é risaputo che ‘Vito’ é membro virile, il datore di vita con il seme, ‘Costant’ chiaramente ne definisce il valore. ‘Vitor Costant’”.

   La devozione per i due martiri cristiani erediterebbe uno spontaneo culto fallico popolare.

   Secondo gli studiosi del "Gruppo Archeologico Canavesano" anche il famoso monolito di Lugnacco in Valchiusella alto due metri e del peso di quasi due tonnellate "poteva rappresentare il simbolo sessuale maschile; i riti che vi venivano svolti nell'area sacra attigua dovevano essere di propiziazione per la fecondità delle donne e di invocazione alla madre natura affinchè fosse benigna verso le campagne e  gli armenti".

   Il grande pietrone affusolato é oggi visibile in un’aiuola vicino al cimitero dopo essere stato utilizzato per decenni come semplice soglia d'ingresso del camposanto, conservando una sorta di sacralità macabra in un paese montano della Val Chiusella dove fino all’inizio del ‘900 le donne portavano sul petto e legato al collo il "gropin" un amuleto che consisteva in due palline, delle “granatelle” poste ai lati di un crocifisso che avrebbe sostituito un fallo precedentemente posto fra le due sfere.

   Secondo Guido Forneris, massimo esperto di architettura romanica canavesana, la stessa chiesa di Lugnacco dedicata a “Santa Maria della purificazione” e posta proprio dove venne rinvenuta la pietra fallica sarebbe stata edificata “su un primitivo tempietto pagano”.

    A poca distanza dal paese, nelle campagne di San Giovanni dei boschi nel 1871 venne rinvenuto un “fallus” bronzeo lungo tre centimetri celato fra i resti palafitticoli dell’età del bronzo.  

   Quest’affollarsi di simulacri priapei non pare casuale perché richiami alla fertilità maschile e femminile ed alla potenza sessuale meno espliciti ma comunque individuabili sono ancora presenti in diverse tradizioni religiose piemontesi.

   A Rivalta di Torino nel corso della festa patronale di san Vittore la processione viene aperta da due fanciulle che dopo la messa distribuiscono ai fedeli delle pagnottelle benedette dette “Carità”.

   In passato portavano sul capo gli “atzent”, piramidi coperte di nastri di vario colore contenenti i pani avevano la forma dei genitali maschili. Da qualche anno i copricapi evocatori di fertilità non vengono più indossati e le “Carità” sono rotonde.

   Copricapi molto simili a quelli di Rivalta vengono indossati dalle giovani del paese a Melle in val Varaita nel corso della processione in onore della “Santissima Trinità”, a Borgofranco per le onoranze all’altro ‘tebeo’ Maurizio, a San Giorio sul capo della giovane “Mignona” protagonista principale della festa patronale mentre nella processione che si snoda ogni anno il 28 agosto a Sambuco verso il santuario di san Giuliano riveste grande importanza un pane propiziatorio chiamato "Colombo", guarnito di fiori, offerto da fanciulle e portato dai giovani infilato sulle punte di alabarde.    

   Nell'originalissimo rito del risveglio primaverile degli spadonari valsusini di Giaglione una ragazza appositamente prescelta porta in capo il "bran", un'intelaiatura di legno a forma di fuso con un’estremità tronca e completamente ricoperta di fiori, frutti e nastri. La base di legno protegge un grosso pane circolare che viene benedetto in chiesa e distribuito simbolicamente ai poveri. 

   L'esuberante fioritura del conico "bran" richiama un senso di potenza e di fertilità perché, con tutta evidenza, é una raffigurazione fallica mascherata.

   Sempre in Valsusa, a Meana vestite col costume tradizionale le giovani del paese agitano i “branch” (rami) nella processione verso una cappelletta dedicata (v’era da scommetterlo !) a san Costanzo e posta su una collinetta accanto ad un grande masso cristianizzato con una croce metallica.

   Un tempo, veniva prescelta una fanciulla con l’incarico di priora della festa e come a Rivalta metteva sul capo la “Carità” con il pane benedetto su cui venivano piantati dei rametti di lauro. tenuti in posizione eretta da due cerchietti di legno. Un simbolo evidente degli organi sessuali maschili fecondatori.     

   Gli eminenti studiosi locali Walter Odiardi ed Enzo Patria ritengono che in passato queste ragazze non si limitassero ad agitare i rami ma eseguissero “una vera danza rituale, che aveva un suo profondo significato gratulatorio e propiziatorio” esattamente come quelle degli spadonari di Giaglione, San Giorio e Venaus.

   Il famoso etnologo Paolo Toschi riteneva quella degli spadonari “una danza di carattere arcaico e spiccatamente agreste, nella quale gli aspetti drammatici sono offerti da figure corentiche che imitano operazioni dell’agricoltura, o mirano, sul principio della magia simpatica, a provocare la crescita della vegetazione”.

   Un rito pagano, analogo a cerimonie che in altre località piemontesi perpetuavano una credenza primitiva d’esaltazione della prestanza fisica e sessuale dei giovani del paese.   

   Il richiamo a ”Vito”, “Vitale” o “Vittore” in molte manifestazioni di devozione popolare rivela la presenza di precedenti culti di fertilità o priapei.

   Probabilmente, va collegato a singolari caratteristiche culturali o a insolite credenze religiose anche il nome di “Viton” con cui vengono ancora indicate le genti valligiane piemontesi considerate più arretrate ed incolte.

   Potevano essere popolazioni che praticavano degli originali riti di fertilità che il perbenismo sessuofobico dell’egemonismo ecclesiastico ha cercato di contrastare considerando selvagge ed arretrate le stirpi che insistevano per praticarli.

    E’ un fatto che nel paese che apertamente palesa l’origine ‘vitona’, Settimo Vittone fra Ivrea ed Aosta la chiesa della frazione Montestrutto sarebbe stata edificata proprio sopra “un masso altare pre-cristiano”, come ha scritto di recente la ricercatrice Silvia Coppo sulla rivista “Oltre”.

   Posta su una propaggine della Serra raggiungibile dal sentiero che conduce alla chiesa di san Lorenzo a Nomaglio, la cappella di Montestrutto ha inglobato una pietra ramata con caratteristiche geologiche molto simili a quella di Boca perciò poteva essere un centro devozionale del popolo pagano dei Vittimuli, poi resi schiavi dall’imperialismo romano.

    Anche il termine di “Ciciu ‘d pera” con cui si indicano le piramidi d’erosione che incombono su Villar San Costanzo richiama un mondo perduto di culti propiziatori di procreazione e d’energia sessuale.

   Con questo termine in lingua piemontese a Villar San Costanzo vengono indicati i "Ciciu 'd pera", le curiosissime costruzioni naturali, piramidi d'erosione sormontate da lastre di gneiss disseminate alle pendici della costa Pragamonti, poco oltre il Pra malé coi massi fallici rimossi dal sagrato della chiesa.

    Secondo la leggenda, i “Ciciu” sarebbero stati dei pericolosi e crudeli "eretici" mutati in sasso da san Costanzo proprio mentre stavano sollevando delle pietre nel tentativo di colpirlo perciò nell’immaginario popolare questi singolari fenomeni naturali richiamano un mondo di credenze e suggestioni poco ortodosse.

   Non tanto cristianamente devianti ma radicalmente pagane.

   E' opportuno ricordare l'assonanza fra "ciciu" e "piciu", nome con cui in lingua piemontese si indica il membro maschile.

  Il Gribaudo, nel suo dizionario ricorda che in piemontese il pene è detto anche "cicin" e dunque  quegli strani fantocci potrebbero apparire una specie di falli in pietra.

   Formazioni naturali molto simili esistono nella Cappadocia turca vengono dette "Camini delle fate", a Segonzano nel Trentino sono note come "Piramidi di terra" mentre in Francia, nella valle della Durance la tradizione le ha poeticamente chiamate "Demoiselles coiffées", fanciulle incappuccate.

  Dappertutto evocano leggendarie figure femminili mentre a Villar San Costanzo richiamano un elemento maschile e forse non per caso i loggiati che coronano le tre absidi esterne della chiesa del paese conservano il nome evocatore di ‘viretti’.

  Non lontano da questo paese, una credenza popolare sostiene che uno sperone roccioso vagamente antropomorfo noto come “Rotsa di Ome” (pietra dell’uomo) in località Langra a Celle Macra imprigionerebbe per l’eternità un uomo d’animo cattivo, trasformato inesorabilmente in pietra da un misterioso e potente pellegrino.

    Ma in un altro borgo della zona, a Beinette é stato conservato gelosamente per secoli di fronte all’antica casa parrocchiale oggi diventata la farmacia un vero e proprio ‘ciciu’ in pietra, alto più di un metro ed ancor oggi visibile come originale porta vasi nel giardino.  

  Sempre nel Cuneese, una pietra a forma di fallo sorregge la cappella di san Giorgio sopra Peveragno ed al solstizio d’estate risulta in modo naturale orientata sul sorgere del sole.

   Ne ha scritto per primo lo studioso Piero Barale nel libro “Il cielo del Popolo del faggio. Sole, luna e stelle dei Ligures Bagienni” pubblicato nel 2003 dall’associazione “La Torre” di Pollenzo notando che  questa pietra magica cui oggi non viene attribuito alcun valore rende “molto suggestiva l’ipotesi di un’area “sacra” legata a forme cultuali di arcaiche comunità” esistenti in quel luogo prima della romanizzazione con la fondazione del borgo sottostante che ancora conserva le caratteristiche d’un insediamento legionario.

    A Barale sembra quindi credibile ipotizzare che la costruzione della cappella, la cristianizzazione del sito abbia “cercato di nascondere un rito fallico di fertilità di di sgravamento” simile a quelli di Oropa, di Machaby o Borgomanero.

   L’esistenza di un’eredita priapea in quella zona troverebbe conferma non solo nella forma assolutamente singolare della pietra su cui é stata   edificata la cappella di san Giorgio ma anche nel  nome di “Monte Fallonio” del maestoso rilievo che gli si para di fronte oltre la piana di Peveragno.

    Proprio lì sorge il santuario della “Beata Vergine del Borgato” più noto come “Madonna dei boschi” eretto a poca distanza dai ruderi di un misterioso castello di Forcife dove sarebbe vissuta una ‘principessa vipera’, una ‘fata serpente’ chiamata “Mariabissòula” (la Maria delle serpi).

    Questa tradizione affianca la madre di Cristo ad un essere biblicamente diabolico e sovrappone una regalità posticcia ad una ben più antica e veritiera realtà di devozione pagana.

    La spettacolare collina di San Giorgio, bastione di difesa identitaria sulla piana cuneese, é al centro di un percorso devozionale che si snoda dalla cappella di “San Ròch Damunt” a nord e termina dal lato opposto, in un’edicola dedicata al medesimo protettore“San Ròch Daval” e sovrasta la zona detta “Limbu”, toponimo che direttamente richiama il luogo dove secondo la tradizione cristiana attenderebbero la resurrezione le anime dei bimbi nati morti prima del battesimo.

   Dal “Limbu” di un borgo che nella parlata locale é detta “Pouvrahn” sale un ripido sentiero verso San Giorgio dove esisteva fino al 1991 quando venne inspiegabilmente trafugato un singolare affresco gotico raffigurante il sacro cavaliere “a cavallo nell’atto di salvare la principessa dal drago”, quasi a voler rimarcare che la “Maria” del prospicente e ormai diruto castello di Forcife s’era affrancata per sempre dai rettili demoniaci.

   La cappella di san Giorgio a Peveragno é circondata da un bosco affascinante, fornita d’una fonte freschissima che sgorga oggi da una fontanella ed é stata edificata su un masso che senza bisogno di molta fantasia richiama chiaramente il membro maschile.

   La religiosità cristiana lo ha ingolobato solo parzialmente.

    Saremo grati a chi vorrà segnalarci realtà analoghe a quelle esaminate in questo articolo scrivendo a storiaribelle@gmail.

   Per approfondire questi argomenti segnaliamo un libro pubblicato da Storia Ribelle casella postale 292 - 13900 Biella.

Roberto Gremmo

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