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Biellese Magico e Misterioso | 04 agosto 2019, 08:00

Biellese magico e misterioso: Le grotte guaritrici di San Giovanni d’Andorno, di San Ponzo in valle Staffora e di San Miro a Canzo

A cura di Roberto Gremmo

Biellese magico e misterioso: Le grotte guaritrici di San Giovanni d’Andorno, di San Ponzo in valle Staffora e di San Miro a Canzo

La grotta del santuario d’Andorno da cui cadeva l’acqua guaritrice é stata rimaneggiata e dal soffitto non scende più niente.

   Si é perduta così una tradizione salvifica paganeggiante che collocava il nostro Biellese in un mondo di credenze spirituali naturali.

   Solo ad Urupa resiste il culto del “ròch dla vita” per favorire la maternità, un altra pratica che ha forti analogie, ad esempio in una devozione popolare molto viva nell’Appennino lombardo-ligure, in val Staffora dove per guarire ogni male le donne salgono nella grotta di San Ponzo e si coricano sulla roccia perpetuando una pratica paganache  s’é sovrapposta la devozione al cristiano Ponzo evangelizzatore perseguitato dai crudeli infedeli e costretto a rifugiarsi in una caverna nei boschi.

   Valorizzata nel 2000 dai “Percorsi del giubileo” della Regione Lombardia, la grotta del santo é posta fra Voghera e Varzi, nel borgo di san Ponzo su un antico sentiero che unisce la val Staffora alla val Curone ed é facilmente raggiungibile salendo dal paese per una sterrata carrozzabile.

   Dal parcheggio posto accanto ad un’area attrezzata in mezzo a castagni secolari inizia il breve sentiero che conduce ad un anfratto umidissimo per il continuo gocciolìo che scende dall’alto, immerso nel verde e pressoché interamente occupato da una chiesetta.

   Secondo la tradizione, l’acqua miracolosa della grotta avrebbe guarito in un’epoca lontana una donna di Viguzzolo incapace d’allattare il figlio finché rimase a pregare in quel luogo per diversi giorni e solo dopo essersi massaggiato il seno con il liquido calato dal masso vide finalmente le proprie mammelle riempirsi di latte.

   I poteri salvifici dello stillicidio nell’antro sono stati trasferiti oggi ad una fontanella posta poco sotto il parcheggio e la sua acqua viene ritenuta miracolosa proprio per le puerpere.

   Altrettanto dotata di misteriosi poteri salvifici viene considerata l’altra grotta di san Ponzo, posta poco oltre la precedente alcuni metri sopra il sentiero.

   Per entrarvi occorre salire con difficoltà gli scalini ricavati nella pietra perché solo nel 1928 sono stati fissati degli anelloni di ferro per impedire pericolose cadute.

   Si giunge così nell’angusta cavità rocciosa con al centro una colonnina di pietra tondeggiante e consumata a causa dei continui fregamenti delle donne sofferenti di mal di reni che vi si coricano accanto, attraversando uno stretto cunicolo.

   La grotta è asciuttissima, angusta, pericolosa. Il passaggio stretto e la scalata a picco sul vuoto contribuiscono a determinare una situazione psicologica del tutto eccezionale che non può non avere ripercussioni sulle popolane che praticano l'originalissimo culto.

  Non v'è da dubitare che un'esperienza di questo tipo possa avere effetti significativi sul loro equilibrio.

   Riti litici di toccamento simili a quello praticato in val Staffora a san Ponzo resistono ancora in altri luoghi isolati.     

   Simile a quello di san Ponzo é soprattutto il culto di san Miro praticato in un’appartata altura sopra Canzo, in provincia di Como.

    Lasciata la città di Erba, sorpassato il paese di Castelmarte dal nome evocatore di radici pagane, si sale sopra Canzo con un comodo percorso selciato fortunatamente interdetto ai veicoli a motore e si giunge alla chiesa sorta di fronte alla grotta dove l’eremita Miro sarebbe vissuto nel ‘300 in odore di santità.

    Posta a diversi metri d’altezza, la cavità del sant’uomo sovrasta una fonte da cui l’acqua fuoriesce direttamente dalla roccia ed un cartello spiega che entrambi erano “meta di pellegrinaggi da prima del 1600”.

   Salire all’anto non é semplice e pare soprattutto un’impresa per alpinisti provetti e forse la scalata rituale era riservata a pochi individui fisicamente dotati che davano prova di forza e valore mentre tutti potevano abbeverarsi ad una fonte ritenuta miracolosa.

    Oggi all’interno della cavità salvifica é stata collocata una statuetta non del santo Miro ma della Madonna ed accanto alla chiesa una nuova fontana distoglie l’attenzione da quella originale fra la roccia, comunque restaurata.

  Anche sui monti al confine fra Romagna, Toscana e Marche, a poca distanza dalle sorgenti del Tevere, nell'eremo di sant'Alberico a Balze di Verghereto uno degli altari laterali della chiesa è una vera e propria pietra magica, un grosso lastrone marmoreo ritenuto dotato di grandi poteri salvifici.

   In un opuscolo edito nel lontano 1823 Luigi Nardi  ricorda che il più importante richiamo dell’eremo era proprio quella “tavola di marmo, lunga e larga quanto basta a capirvi un corpo umano, alta tre palmi da terra, la quale chiamasi ‘il letto di Sant’Alberigo’, e sulla quale soleva dormire il medesimo.

   I devoti ne rad[eva]no la polvere, la quale per la loro fede trova(va)no efficace contro i morbi; come pure so[leva]no sulla medesima tavola prostrarsi, e ne ricev[eva]no salute, specialmente nei morbi intestinali”.

   A conferma della tenace soppravvivenza di questa ritualità, nel 1981 Vittorio Tonelli pubblicò in un suo prezioso studio sulla medicina popolare romagnola la foto d’un ragazzo fatto sdraiare sulla pietra di sant’Alberico per guarirlo dall’ernia inguinale.

    Un recente volumetto curato da Alessandro Albertazzi e Paolo Masina documenta invece una singolare e non si sa quanto spontanea evoluzione rituale perché adesso al centro della lastra mamorea é stata posta una statuetta del santo alta una ventina di centimetri ed “I fedeli sofferenti per ernie o per malattie intestinali si recano fiduciosi al santuario e, appoggiando la statuetta sulla parte malata, rivolgono invocazioni al santo per chiedere la liberazione dal male”.

   L’eremo si raggiunge facilmente in auto salendo da San Piero in Bagno verso Alfero, Riofreddo e le Capanne deviando poi per un comodo sterrato e percorrendo a piedi l’ultimo tratto accanto al ruscello e con ai lati dei vecchi piloncini litici della “Via Crucis” detti “maestadine” su cui i fedeli collocano dei piccoli sassi e questo conferma che la devozione popolare per la pietra custodita nella chiesetta é davvero il residuo d’una precedente ritualità pagana litica che si estendeva alla contemplazione delle selve ed al culto delle acque.  

   Secondo la tradizione, come Anselmo ad Aosta anche Alberico riuscì a convertire gli infedeli di quella remota contrada montana facendo sgorgare miracolosamente una fonte dal terreno, l’acqua detta dei “Bagni di San Marino” che l’ottocentesco Nardi lodava come “efficace a guarire tanti malori”.

   La zona dove sorge l’eremo é posta fra i monti Aquilone, della Cella ed Ocri, detto anche delle “Pozzere” proprio perché ricchissima di sorgenti, anche sulfuree.

  Il sentiero montano che conduce per una ripida salita all’eremo collega la località di Capanne con le Balze, una frazione montana di Verghereto nata dopo la miracolosa apparizione della vergine che nel 1494 guarì due pastorelle, una sordo-muta e l’altra cieca. L’edificio sacro subito edificato prese il nome di “Chiesa del sasso”.

    A poca distanza dalle Balze, oltre il castello diruto di Colorìo la fantasia popolare attribuisce fattezze antropomorfe ad un grande masso detto “La pietra che ride”.

   Pietre magiche e guaritrici dappertutto.

    Saremo grati a chi vorrà segnalarci realtà analoghe a quelle esaminate in questo articolo scrivendo a storiaribelle@gmail.

   Per approfondire questi argomenti segnaliamo un libro pubblicato da Storia Ribelle casella postale 292 - 13900 Biella.

Roberto Gremmo

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