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COSTUME E SOCIETÀ | 14 luglio 2019, 08:30

Ernesto Schiaparelli, l’ archeologo biellese che scavò nella piana d’ Egitto

Ernesto Schiaparelli, l’ archeologo biellese che scavò nella piana d’ Egitto

A proposito delle grandi personalità del passato, i cosiddetti personaggi storici, che ciascuna a modo proprio hanno segnato la storia con eccezionali imprese politiche o militari oppure contribuito al nostro progresso culturale e sociale per mezzo di una particolare scoperta o intuizione, si ha la tendenza a credere che vengano tutte quante da luoghi lontani e contesti del tutto diversi dal nostro. Tale convinzione, molto radicata, ci porta a vivere un certo sentimento di estraneità nei riguardi di questi nomi, al punto che il nostro unico legame con loro si trova nei libri di storia, che solitamente siamo obbligati a studiare a scuola finendo con il trovarli «mattoni» che vorremmo mettere da parte al più presto, i quali finiscono sempre e comunque con il presentarceli come qualcosa di vago e intangibile, separati da noi da uno sconfinato abisso sia di tempo che di spazio. La storia locale, tuttavia, rappresenta qualcosa di grande fascino, un tesoro nascosto e di grande pregio e importanza a cui purtroppo non si rende mai abbastanza giustizia, animata com’è da un ricco patrimonio di personaggi dalle vicende notevoli e affascinanti di cui possiamo e dobbiamo conservare meglio il ricordo.

Molto raramente infatti pensiamo che la nostra terra possa essere stata culla di un personaggio storico di una certa importanza, ma è spesso vero, e per uno strano scherzo della storia dopo la sua morte questi finisce con l’ essere ricordato maggiormente altrove, piuttosto che nella sua terra natia. E’ il caso, ad esempio del celebre professor Ernesto Schiaparelli, egittologo, archeologo, autore, direttore del Museo Egizio di Torino, senatore del Regno d’ Italia e filantropo, personaggio insigne di grande preparazione e forte laboriosità che nel lunghissimo periodo della sua attività, dalla laurea nel 1877 alla morte nel 1928, diede instancabilmente un grande lustro alla ricerca storica tramite dodici campagne di scavi sul suolo egiziano, sapientemente annotate sia dai commenti nei suoi diari che da una galleria fotografica veramente faraonica, dovuta ad una sua particolare intuizione, essendo convinto dell’ importanza e della particolare efficacia dell’ impatto visivo nel contesto della documentazione.   Ernesto Schiaparelli nacque il 12 luglio 1856 a Occhieppo Inferiore, in una famiglia che discendeva da alcuni conciatori di pelli vissuti nel Seicento, e divenuta benestante nel giro di un secolo. Il padre, Luigi, era professore di storia all’ Università di Torino, mentre la madre, Francesca Corona, benestante, era casalinga dedita alla famiglia, che viveva nella grande residenza in via Chiave.

Ebbe un fratello, Cesare. Nel 1871 il suo cognome venne corretto nei documenti pubblici da «Schiapparelli» a «Schiaparelli», sanando finalmente un errore di trascrizione che nel tempo aveva generato un vero e proprio giallo circa l’ impiego della doppia p. Venuto al mondo in una famiglia di distinti studiosi, oltre al padre docente universitario ebbe un cugino astronomo, Giovanni Virginio, uno arabista, Celestino, e un altro ancora agronomo, Carlo Felice. Laureatosi nel 1877 in lettere all’Università di Torino sotto la guida di Francesco Rossi, discutendo una tesi in egittologia intitolata: «Del sentimento religioso degli antichi Egiziani secondo i monumenti», l’ anno seguente si trasferì a Parigi, ove frequentò un corso di specializzazione presso l’ École pratique des hautes études della Sorbona di Parigi, tenuto da Eugène Revillout e soprattutto dal grande egittologo Gaston Maspero, con il quale instaurò un saldo rapporto di amicizia. Ammesso alla Scuola italiana di archeologia insieme a due promettenti studiosi, Adriano Milani e Gherardo Ghirardini, rientrò in Italia alla fine del 1879, assumendo per breve tempo l’ incarico di ispettore della Pubblica Istruzione a Roma, per poi trasferirsi al Museo archeologico nazionale di Firenze, ove funse da assistente delle collezioni egizia ed etrusca.

Incaricato del trasferimento nel 1880 della collezione egizia nella nuova sede presso il Palazzo della Crocetta, ove si trova tuttora, di cui peraltro rinnovò l’ esposizione e gli arredi, ne fu direttore dal 1881 al 1893, presenziando alla cerimonia di apertura il 2 febbraio 1883 al cospetto di re Umberto I, mentre un anno dopo, il 30 settembre 1884, all’apice della sua carriera, fu chiamato come direttore del Regio Museo d’ Antichità ed Egizio di Torino, la più antica esposizione a livello mondiale totalmente dedicata alla civiltà nilotica, ma da lungo tempo inattiva e persino antiquata, al punto da rischiare di perdere quel primato che l’ aveva resa celebre nel mondo. Schiaparelli si dedicò con impegno al suo riassetto, e volendo presentarsi puntuale all’Esposizione generale italiana della successiva primavera 1898 rinnovò gli allestimenti con nuove e luminose vetrine, incrementando le collezioni e colmando le lacune dell’ originaria collezione di Vitaliano Donati, la cui spedizione in Egitto per conto di re Carlo Emanuele III di Savoia aveva raccolto quei reperti archeologici tra oggetti antichi, mummie e manoscritti che avevano allestito il nucleo originario del Museo.

Sotto la sua guida, il Museo egizio intraprese un percorso rivoluzionario con il quale divenne la seconda più grande galleria di storia egizia al mondo, superando i risultati passati e raggiungendo il grado di importanza e notorietà che vanta tuttora. Tra il 1884 e il 1885 e tra il 1891 e il 1892 condusse due grandi campagne di acquisti, che lo videro recarsi personalmente in Egitto, e i cui ampi e preziosi risultati aumentarono di ben ottomila reperti di straordinaria bellezza le consistenze del Museo. Assistette peraltro nel 1892 all’ importante scoperta della tomba monumentale del dignitario reale Harkhuf, scavata sul pendio della collina antistante la città di Assuan e risalente al tempo della VI dinastia, e di cui pubblicò un libro incentrato sul contenuto dei testi rinvenuti nella tomba relativi ai viaggi che Harkhuf fece in territorio nubiano per volere dei sovrani Merenra e Pepi II. Libero docente dal 1902, nell’ inverno 1903 Schiaparelli inaugurò l’ attività della missione archeologica italiana in Egitto, soprattutto grazie all’ importante sostegno del professor Maspero, che nel 1881, con la morte di Auguste Mariette, era divenuto direttore del Service des antiquités de l’Égypte favorendo notevolmente lo svolgimento dei lavori consentendo lo scavo simultaneo in più zone e la possibilità di trattare la ripartizione dei reperti con il Museo di antichità egiziane del Cairo, e al patrocinio voluto personalmente da re Vittorio Emanuele III, che permise la fondazione della Missione archeologica italiana insieme al sostegno del Ministero della Pubblica Istruzione: tali finanziamenti consentirono alla Missione archeologica di svolgere le prime quattro campagne di ricerca in importanti siti come Eliopoli, Ermopoli, Giza, ls Valle dei Re e quella delle Regine, Deir el-Medina, Hammamiya, Qau el-Kebir e Assiut.

Il professore biellese poté quindi condurre ben dodici fortunate campagne, durante le quali nel 1904 rinvenne la splendida tomba di Nefertari, Grande sposa reale del celebre Ramses il Grande e tuttora ricordata come una delle regine più influenti di tutta la storia dell’ Egitto dei faraoni, il cui sepolcro venne da subito considerato uno dei più belli dell’ intera Valle delle Regine per le raffinate pitture che decoravano le pareti e il soffitto, che gli valsero il soprannome di «Cappella Sistina dell’ Antico Egitto». Purtroppo, può, la tomba era già stata danneggiata dall’umidità e saccheggiata dai ladri di quasi tutti gli arredi: Schiaparelli trovò soltanto i frammenti delle ginocchia della mummia, i materiali provenienti dal processo di mummificazione, i resti del sarcofago in granito rosa e pochi pezzi del corredo funerario, ossia trentaquattro ushabti, un frammento di bracciale d’ oro, amuleti, cofanetti di legno dipinti e un paio di semplici sandali in fibra intrecciata. Nel 1906, invece, si aggiunse la fortunata scoperta della celebre tomba dell’ architetto reale Kha, al servizio di Amenhotep III, e che venne ritrovata intatta: assai semplice architettonicamente, era munita di un ricco corredo funerario, tra papiri iscritti, tuniche, vesti, biancheria intima, parrucche, tavole per il gioco del senet, suppellettili, mobilio, resti di cibo, strumenti di misurazione, gioielli, cosmetici, strumenti per il trucco e una parrucca nera composta di capelli autentici e perfettamente conservata, ancora intrisa di grasso derivante dall’usanza, durante le cerimonie mondane, di apporre sopra il capo coni gelatinosi contenenti aromi e profumi che, sciogliendosi gradualmente, disperdevano le essenze di cui erano impregnati.

I finanziamenti reali che Schiaparelli in persona era continuamente impegnato a ricercare permisero il proseguimento degli scavi fino al 1920, esaurendo le ricerche in alcune località e di avviarne di nuove a Gebelein, Assuan e Bahnasa. Durante tale ventennio, le ricerche in undici località tra Basso, Medio e Alto Egitto consentirono la scoperta di migliaia di reperti, dei quali oltre trentacinquemila vennero accordati dalle autorità egiziane al Museo di Torino, costantemente impegnato in una grande opera di riorganizzazione al fine di accogliere correttamente l’ ingente patrimonio in continuo arrivo, con cui divenne in grado di comprendere tutte le fasi della storia dell’ antico Egitto, superando nettamente i principali musei sia europei che statunitensi. Soprintendente alle Antichità del Piemonte, Valle d’ Aosta e Liguria dal 1907, professore di egittologia presso l’ Università di Torino tra il 1910 e il 1927, socio nazionale residente della Regia Accademia delle Scienze di Torino, dell’ Accademia pontificia d’ archeologia, membro corrispondente del Regio Istituto Veneto e dell’ Accademia delle Scienze di Bologna, membro onorario dell’ Istituto Khediviale e della Società asiatica di Francia e Presidente della Commissione archeologica italiana in Egitto, nel corso della sua lunga attività archeologica, Schiaparelli fu a lungo sul campo, ben cosciente che occorreva intraprendere ricerche anche e soprattutto sul posto, in analogia con altri musei, programmando più stagioni di scavo e individuando a priori i siti maggiormente interessanti per le necessità del Museo.

Corteggiatissimo da numerose accademie prestigiose che lo volevano socio, in particolare l’ Accademia Nazionale dei Lincei e l’ Accademia delle Scienze di Torino, era costantemente affiancato da valenti collaboratori, che anche in sua assenza seppero gestire i lavori con esemplare professionalità: seppe infatti organizzare una squadra molto ben organizzata, con la presenza costante di un fotografo, un disegnatore e un restauratore che lo accompagnavano qua e là per i cantieri, curando con estrema precisione preziosi quadernetti di appunti e disegni e una notevole quantità di riprese fotografiche. Quella della fotografia in particolare fu un’ idea ispirata alla passione nutrita dal fratello Cesare, divenuto industriale e fotografo per diletto, le cui conoscenze tecniche lo influenzarono molto nella documentazione dei suoi scavi archeologici tra il 1903 e il 1920, consentendone una registrazione unica e dettagliata. Uomo schivo, dal carattere determinato e autoritario, abituato a lavorare in silenzio, senza mai concedersi un momento di riposo, artefice nascosto purché risaltasse l’ opera, spesso paragonato in questo agli antichi edificatori egizi di cui riesumava l’ eredità dalle sabbie del tempo, fu notoriamente un convinto cattolico, tanto che negli anni vissuti a Firenze e in Egitto non fece mai sosta in un albergo, cercando sempre ospitalità presso i frati francescani, la cui povertà lo indusse a intraprendere un’ altra grande attività che molto lo impegnò: la filantropia.

Fu infatti il fondatore dell’ Associazione nazionale per la protezione dei missionari italiani, e grazie al suo interesse per l’ emigrazione furono create l’ Opera Bonomelli, atta alla protezione degli operai italiani emigrati nei Paesi d’ Europa, che, essendo privi di qualsiasi tutela, necessitavano di assistenza sanitaria e sociale e di mantenere i collegamenti con le loro famiglie, e la Federazione dell’ Italica gens, tesa a tutelare gli operai italiani emigrati negli Stati Uniti, a seguito delle numerose richieste dell’ arcivescovo di New York, e in Giappone. Nell’ottobre 1920, peraltro, prese in affitto tutta la proprietà del vecchio castello del nativo paese di Occhieppo Inferiore, destinandola gratuitamente alla parrocchia, che cinque anni dopo divenne pienamente proprietaria dell’ immobile. Fu il principale promotore di una vasta e articolata schiera di case religiose, chiese, scuole, ospedali e ambulatori presenti ancora oggi in vari luoghi del mondo, dall’Albania alla Cina, dalla Siria al Perù. Tutte queste notevoli opere, mosse dalla sua grande fede cristiana, gli valsero un accostamento ad altri due grandi uomini pii di discendenza piemontese, ossia San Giuseppe Cottolengo e San Giovanni Bosco. Il 1924 fu un anno di grande importanza per Schiaparelli: il 18 settembre 1924, infatti, venne nominato senatore del Regno d’ Italia, mentre il successivo 17 ottobre il Museo di Torino, che ora esibiva oltre trentamila pezzi in grado di illustrare tutti i più importanti aspetti dell’ antico Egitto, dagli splendori delle arti agli oggetti di uso quotidiano, mummie sia umane che animali e papiri, inaugurò alla presenza di re Vittorio Emanuele III le nuove sale dedicate alle antichità di Gebelein e Assiut. Scrisse di lui in tale occasione un giornalista:

«E’ di una cortesia rara e squisita e di una chiarezza assoluta, padrone del suo campo come pochi. Non c’ è ombra di pedanteria nelle sue parole, piene di amabilità mondana. Il modo con cui usa e sottolinea certi aggettivi: ‘‘curiosissimo, interessantissimo’’, dimostra il compiacimento del dotto, e il piacere di potervi presentare mille oggetti preziosi, che non trovereste altrove. Il prof. Schiaparelli è veramente l’ anima del ‘‘suo’’ Museo.». Autore di numerose pubblicazioni e monografie, tra cui «Migrazioni degli antichi popoli dell’ Asia Minore», «Il significato simbolico delle piramidi egiziane», «La catena orientale dell’ Egitto», «La tomba intatta dell’ architetto Kha nella necropoli di Tebe» e «Il Libro dei Funerali degli antichi Egiziani», Schiaparelli morì a Torino il 14 febbraio 1928, ormai stanco e malato dopo aver dominato saldamente e con tatto la scena per decenni, e venne sepolto ad Occhieppo Inferiore. Ai suoi funerali parteciparono notabili, autorità, colti e religiosi, ma anche gran parte del popolo occhieppese, che conservava il ricordo di un uomo dai modi semplici e modesti che, in silenzio, aveva realizzato grandi opere sia culturali che benefiche.   Cogliere con poche e semplici righe la particolare ampiezza e vastità di un uomo poliedrico come Ernesto Schiaparelli, capace di un grande e illuminato contributo culturale, di numerose ricerche dallo spessore notevole la cui eredità scientifica è ritenuta tuttora inestimabile, e di un’ opera umanitaria che ancora oggi denota profondità personale e religiosa, è un’ impresa impossibile.

Quel che fu e fece rappresenta certamente un grande vanto per il Biellese, ma stranamente pare che la sua stessa terra natia lo abbia in larga parte dimenticato, cogliendo solo in rare occasioni l’ opportunità di preservare il suo ricordo, più che altro in occasione di determinati eventi tecnici e culturali. Diversamente da quanto accaduto ad altri grandi biellesi balzati agli onori della notorietà, come l’ eroe saglianese Pietro Micca, il partigiano e senatore occhieppese Pietro Secchia e il politico valdenghese Giuseppe Pella, non gli è mai stata dedicata una strada oppure una piazza, diversamente da Arezzo, che da Biella dista ben quattrocentosettantasette chilometri, nella quale esiste una via Ernesto Schiaparelli. Il solo luogo in terra biellese a lui intitolato è la scuola elementare del patrio paese di Occhieppo Inferiore, sorta proprio su quella che un tempo era stata la proprietà della famiglia Schiaparelli, adibita a frutteto: un omaggio senz’ altro molto buono e lodevole, ma purtroppo assai povero di risalto. Il Museo di Torino, invece, fu ovviamente molto più generoso nei riguardi del suo grande riformatore, avendo inaugurato il 4 giugno 1931 un suo pregevole busto, tuttora presente all’ ingresso e attorniato da una suggestiva serie di dettagliate spiegazioni del suo incredibile contributo allo sviluppo di questa istituzione, in una cerimonia peraltro svoltasi alla presenza del principe ereditario, Umberto di Savoia, inviato a rappresentare il re, che tanto generosamente lo aveva aiutato negli anni: chiunque visiti la grande esposizione della «città magica» non può non imbattersi nell’ eco del professore occhieppese.

Biella può e dovrebbe fare di più per questo grande uomo del sapere, la cui intensa avventura archeologica permise ad un museo antico ma che versava in svariate difficoltà di ergersi con onore a luogo pionieristico che rievoca con grande stile oltre quattromila anni di storia tramite quarantamila reperti archeologici. E’ tuttavia rincuorante il fatto che attualmente almeno la Sezione egizia del Museo del Territorio Biellese, situata alla fine del percorso archeologico, sia stata dedicata a lui e ai suoi numerosi scavi, nel proposito di ricordare il suo fondamentale contributo alla scienza e la sua provenienza biellese.

Giacomo Ramella Pralungo

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