/ Biellese Magico e Misterioso

Biellese Magico e Misterioso | 14 luglio 2019, 08:00

Biellese magico e misterioso: I segreti esoterici della “chiesa degli spiriti” di Rosazza e del tempietto di Sant’Eusebio all’Urupa

A cura di Roberto Gremmo

Biellese magico e misterioso: I segreti esoterici della “chiesa degli spiriti” di Rosazza e del tempietto di Sant’Eusebio all’Urupa

La chiesa di Rosazza, nata su ispirazione degli Spiriti, attira ormai schiere di curiosi ed appassionati esoteristi, ma continua a tenere ben nascosti molti suoi segreti.

  Ne abbiamo scritto a iosa su “News Biella” nella sezione “Biellese magico e misterioso” del 15 ottobre 2017, 2 ottobre 2017 e 7 ottobre 2018, tutti leggibili nella sezione “Archivio” di questo giornale.

   In particolare, abbiamo sottolineato la presenza ingombrante e scomoda di una ‘svastica’ sia sulla facciata della chiesa che sul tempietto sopra Urupa dove terminava la strada fatta costruire dal senatore e massone Rosazza Pistolet e dal ‘fratello’ d’arte e di studi iniziatici Giuseppe Maffei nella furia di tracciare percorsi mistici.

   La chiesa fatta erigere a Rosazza dal filantropo senatore Federico Rosazza Pistolet ostenta una svastica sulla facciata esterna più appartata.

   Non é l’unica singolarità di un tempio che il Vescovo di Biella nel 1880 si limitò a benedire, ma non volle consacrare.

    Disturbava soprattutto che fosse dedicato da Rosazza alla “redempta Italia”, lo Stato fortemente patrocinato dalla Massoneria e nato dalla fine del potere temporale dei Papi.

    Si potrebbe supporre che l’ostentazione di quel simbolo particolare in un tempio cattolico fosse un modo per evocare il cristianesimo primitivo, perché sulle pareti di molte catacombe romane della “Salaria Vetus” sono state dipinte diverse svastiche.

  E’ anche possibile che la particolare raffigurazione volesse evocare la spiritualità orientale, anticipando l’uso che ne fecero nel 1920 i legionari fiumani di D’Annunzio, fondando l’unione “Yoga”.

   Il “Dizionario ragionato dei simboli” scritto da Giovanni Cairo negli anni Venti ricordava che la “croce sancrita gammata” é un simbolo che “si riscontra come amuleto o talismano, negli albori del buddismo, nel Giappone e nel Perù, scolpita sulle prore delle navi dell’India sacra, nelle rovine di Troia e di Cipro, nei mosaici d’Atene, nei vasi ellenici, nelle medaglie di Leucade, nell’Etruria, nell’Inghilterra, nella Scandinavia, nei Pirenei: simbolo della salute, del sole, del fuoco”.

    Nella decisione di collocare quello stemma accanto ad un pentalfa, lo “stellone d’Italia” patriottico non va dimenticaro il fatto incontestabile che, come hanno messo in rilievo don Bessone e Trivero nel loro libro sulla chiesa di Rosazza, “questo antico simbolo é stato recuperato [...] quale segno di riconoscimento della massoneria”.

    Ma é probabile che sia stato ostentato per evocare le antiche identità etniche del Biellese.

   Per la stessa ragione, il tempietto voluto da Rosazza e Maffei sovrastò il sito di devozione pagana ‘dël ròch” dedicato a Sant’Eusebio ma sulla facciata, quasi in atto di sfida alla chiesa della Vergine Nera, ostentò fra due archi una svastica, la croce gammata.

   Il simbolo ostentato da Rosazza e Maffei ed oggi dannato e maledetto da quando é stato utilizzato dai nazisti ribaltandone il significato originale.

   Fa capolino anche nella singolare vicenda di uno scrittore che firmandosi “Saint-Loup” nel 1982 ha dato alle stampe in Francia per le “Editions de la table ronde” un romanzo politico-fantascientifico dal titolo “La République du Mont-Blanc”.

   Vi si narrano le epiche ma perdute battaglie di un gruppo di coraggiosi patrioti savoiardi e valdostani che si ribellano alla “société de consummation multiraciale” rifugiandosi nelle valli più remote e creando una piccola enclave di libertà fra “le silence et la paix de la montagne”. Ovviamente, questa fuga dalla realtà era destinata a fallimento certo anche perché l’Autore, ingenuamente, presenta come eroi i pavidi brontoloni dei sodalizi folkloristici delle due regioni, tanto rumorosi nei loro gargarismi quanto imbelli ed inattivi.

     Il mito dell’ultimo rifugio sulla montagna più alta d’Europa riprende in qualche modo la suggestione dell’opera ottocentesca di Christian Dieter Grabbe dove Faust con l’aiuto di Mefistofele costruisce un magico castello sulla sua sommità.

   Cima magica e portentosa che nel 1960 fu mèta d’una bislacca congrega di milanesi convinti che a Ferragosto stesse per giungere la fine del mondo e lasciarono affetti ed averi per rifugiarsi all’ex rifugio Pavillon su quelle cime innevate.

   Ricordo che da bambino avevo osservato sbalordito e incuriosito salire sulla strada di Nus una colonna di auto con delle barche legate sul tettuccio, visti scendere disillusi dopo qualche giorno perché la profezia apocalittica non s’era avverata.

    Due anni prima dell’evento era andata ad intervistarli per “L’Espresso” la celebre giornalista Camilla Cederna scrivendo un gustoso articolo disincantato sulle loro accuse alla “decadenza della Chiesa cattolica” ed alla pretesa di “tendere alla unificazione delle religioni, sostituendole tutte con una verità assoluta della quale giorno per giorno diventa[va]no i depositari”,  mescolando però alla rinfusa anche ufologia, spiritismo e profetismo apocalittico; tutti aspetti d’una paccottiglia e di carabattole mentali che vanno oggi per la maggiore fra i tanti confusi cercatori di originali dimensioni spirituali ma che all’epoca erano decisamente fuori tempo.

    Il libro di “Saint Loup” é stato ripubblicato nel 2001 dalle edizioni “Irminsul” di Lione ma é stato stampato in Spagna, é praticamente introvabile ed é stato segnalato solo dalla piccola ma attenta rivista “(Dis)Continuité” di François Bochet.

   Poiché all’“Archivio Centrale dello Stato” di Roma sono di libera consultazione i documenti riservati dei nostri servizi segreti fino agli anni ‘70, ho casualmente rinvenuto un fascicolo del 1952 relativo ad una persona ritenuta pericolosa per la sicurezza della Repubblica intestato ad un “Saint Loup” descritto come un personaggio “ben visto negli ambienti valdostani filo-francesi, fra cui quelli del “Comité des Traditions Valdôtaines”, della “Accademie de St. Anselme” e della “Union Valdôtaine”” in ottimi rapporti anche coi maggiori esponenti politici della valle.

   Il personaggio aveva messo in allarme gli uomini del nostro spionaggio perché “per un lungo periodo di tempo, avrebbe avuto dei contatti con due stranieri di nazionalità francese, che da fonte confidenziale ven[iva]no indicati come agenti del servizio d’informazione francese”.

   La segnalazione non portò a ulteriori approfondimenti perciò non posso esser certo che questo “Saint Loup” sia davvero lo stesso autore del libro sulla patria montana perduta.

   Comunque, benché abbia pubblicato il suo libro negli anni in cui ad Aosta stampavo il quindicinale “Autonomie Valdôtaine” e Giorgio Bocca mi indicava fra i peggiori fanatici separatisti, non mi cercò mai.  

   Che centra la svastica ?

  Ci azzecca eccome, perché molti anni prima di scrivere “La République du Mont Blanch”, con la vera identità di Marc Augier il profetico “Saint Loup” era stato uno dei tremila francesi volontari della “Légion Charlemage” che combatterono l’ultima battaglia hitleriana e nel 1983 per le edizioni “Sentinella d’Italia” di Monfalcone ha pubblicato un libro di memorie sulla sua avventura.   

    Sotto il segno della svastica.

  Saremo grati a chi vorrà segnalarci realtà analoghe a quelle esaminate in questo articolo scrivendo a storiaribelle@gmail.

   Per approfondire questi argomenti segnaliamo un libro pubblicato da Storia Ribelle casella postale 292 - 13900 Biella.

Roberto Gremmo

Ti potrebbero interessare anche:

Prima Pagina|Archivio|Redazione|Invia un Comunicato Stampa|Pubblicità|Scrivi al Direttore