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Biellese Magico e Misterioso | 07 luglio 2019, 08:00

Il Biellese magico e misterioso: Il segreto dell’“erba dj pé d’òca” e il cibo povero del Biellese contadino e montanaro

A cura di Roberto Gremmo

Il Biellese magico e misterioso: Il segreto dell’“erba dj pé d’òca” e il cibo povero del Biellese contadino e montanaro

Nelle leggende biellesi c’é il popolo dei piedi d’oca, mentre nella botanica c’é l’erba... dei piedi d’oca.

   Questa curiosa pianticella é ben nota in italiano come “Farinaccio selvatico” o “Farinello” ma nella nostra lingua piemontese é chiamato “Erba dla fòssa” o più semplicemente “Salada dij camp” ed era molto usata un tempo nella cucina povera e popolare. Perché non costava niente.

  In cucina, le foglie più tenere vengono consumate crude nelle insalate. cotte in padella come fossero spinaci oppure bollite come ripieno per frittate e torte salate. I semi seccati possono essere cotti dopo essere stati ammollati nell’acqua per una notte.

  Nel suo prezioso ed enciclopedico studio sulla civiltà contadina “Dnans ch’a fassa neuit” il compianto amico Luciano Gibelli ne ricordava giustamente l’uso culinario perché nelle mense dei poveri si mangiavano con gran gusto, ricordando che  “tuta l’erba ch’a àussa la testa a l’é bon-a për fé mnestra”. 

   Vi sono dei guaritori di campagna e degli anziani che ricordano antichi rimedi che fanno anche degli impacchi con le loro figlie per rimarginare lievi ferite o evitare la formazione di bolle causate da scottature e piccole ustioni.

   Alcuni giovani naturalisti e naturopati della Valsusa mi hanno fatto notare di recente che il suo nome scientifico é più precisamente “Chenopodium album”, un termine che deriva dalle parole greche “chen” (oca) e “podi” (piede) o “podion” (piccolo piede). Come a dire “l’erba dei pé d’òca”.

    Questa denominazione si spiega comunemente osservando che la forma delle sue foglie assomiglia effettivamente a quello di una zampa d’oca perché “le foglie disposte in modo alterno sugli steli hanno la pianta triangolare astata con margine leggermente ondulato”.

  Tuttavia, é comunque curioso che un’altra varietà di “Chenopodium” (conosciuto come “spinass servaj”) non prende nome dalla sua forma ma prende il nome di “Bonus-Henricus” per rendere omaggio a Re Enrico IV di Navarra che nella seconda metà del Cinquecento era detto “re buono” ed era osannato come mecenate della botanica.

    Probabilmente, come al solito, sto lavorando di fantasia, ma non me la sento di escludere che il nome scientifico del nostro “Farinello” possa derivare non dalla forma delle foglie, ma dal fatto che poteva essere il cibo principale dei poveri, quelli che non avevano niente altro.

   Proprio nella Navarra basca del sovrano mecenate, ancora nel periodo in cui visse, stentavano una vita grama sulle montagne i così detto “Cagots”, una popolazione misteriosa di reietti emarginati che vivevano separati dagli altri popolani, costretti ad entrare nelle chiese da una porticina isolata ed erano costretti a cucirsi sui vestiti, come segno di disprezzo, un piede d’oca.

   Ho già scritto più volte della loro triste persecuzione, riprendendo l’ampia documentazione raccolta nel 1847 dal professor Francisque Michel (fra l’altro “associé corrispondant de l’Académie Royale de Turin”) in due corposi volumi d’“Histoire des races maudites de la France et de l’Espagne” stampati a Parigi dall’editore Franck.

  Su “News Biella” dello scorso 26 marzo ho già ricordato che lo scrittore Lorenzo Giacchero nel libro “Angeli custodi. Arenzano e l’eredità templare” ha avanzato l’ipotesi che alcuni di questi disperati, fuggiti alla persecuzione, si siano rifugiati proprio nel Biellese, nella val dal Sarv, a “Pé ‘dcla Val”, ai piedi della vallata.

   In segno di disprezzo, l’erba spontanea dei fossi che costituiva il cibo principale dei “Cagots” prese il nome del Popolo che non mangiava altro ?

   E questa gente emarginata poteva essere la stessa che doveva finire in val dl’Elf, accolta benevolmente dai montanari del posto ma cacciata quando si scoprì che... avevano i piedi d’oca ? Forse non fisicamente, ma dipinti sui loro mantelli, come segno di discriminazione ?

    Non sappiamo.

    Giunsero davvero fra noi fuggitivi dalla Spagna o dai Paesi Baschi o i “Pé d’òca” nostrani erano solo i poveri montanari che vivevano ai margini della civiltà e del progresso ed erano disprezzati ?

    E’ curioso che in val dl’Elf, proprio nel territorio dei ‘pé d’òca’ esista un’ardita opera idraulica detta “Roggia dei Saraceni”, realizzata prbabilmente proprio nel Quattrocento e che scorra non lontano da un presunto “Forno dei Saraceni”.

  E’ escluso che i predoni moreschi che minacciavano le popolazioni e saccheggiavano i borghi rivieraschi d’Italia fossero giunti fra noi. E allora, come si spiegano questi nomi ?

   Non sarà che gli intellettuali dell’epoca ‘appiopparono’ nomignoli spregiativi nei confronti di stranieri malvisti, pericolosi e indesiderati ? 

  Etichettandoli come ‘saraceni’, aliebi alla nostra civiltà urbana, dai piedi deformi e con un segno di disprezzo bene in vista ?

   Secondo una robusta tradizione popolare, i “Cagots” dei Pirenei sarebbero stati gli ultimi discendenti degli Albigesi, i Catari perseguitati, fuggiti sulla montagna.

    Venivano anche chiamati “Marais”, un nomignolo con cui ancor oggi nel Canavese alpino si etichettano non senza una certa malcerata avversione i ‘forestieri’.

   Anche questa é una combinazione singolare.

   Ma colpisce la casualità che le ‘erbe dei pé d’òca’ possano essere state il cibo degli esuli derelitti e che in val dl’Elf si tramandi la leggenda di stranieri strani ed isolati, costretti ad andarsene, malgrado fossero intelligenti ed avessero una grande cultura.

    Per di più, un “Prato delle oche” è davanti al Santuario d’Urupa, fuori dal recinto cristiano. Come se fosse un luogo dove tenere isolati degli individui guardati con sospetto ?

   Oggi nel “Prato delle oche” dl’Urupa ogni sera sale un signore a portar da mangiare alle volpi, perché, saziate, non assaltino le greggi.

  Saremo grati a chi vorrà segnalarci realtà analoghe a quelle esaminate in questo articolo scrivendo a storiaribelle@gmail.

   Per approfondire questi argomenti segnaliamo un libro pubblicato da Storia Ribelle casella postale 292 - 13900 Biella.

Roberto Gremmo

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