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Biellese Magico e Misterioso | 23 giugno 2019, 08:00

Il Biellese magico e misterioso: La sacralità delle montagne, il culto della Madonna Nera d’Urupa e la “Vègia” dla val dal Sarv

A cura di Roberto Gremmo

Il Biellese magico e misterioso: La sacralità delle montagne, il culto della Madonna Nera d’Urupa e la “Vègia” dla val dal Sarv

Nella cultura delle antiche civiltà alpine, per la loro imponenza e maestosità, le montagne hanno sempre suscitato un sentimento di devozione e provocato una sacralità radicata.

L’appassionato difensore dell’identità etnica Giovanni Chiarolini ci ha confermato che in Valcamonica esistono due ‘montagne sacre’, il monte Concarena e il Pizzo Badile considerate gigantesche realtà generatrici che accoppiandosi fra loro avrebbero messo al mondo i progenitori dei Camuni. Il primo monte “si rifà al sesso femminile e l’altro a quello maschile” e sembra che in un lontano passato i camuni andassero “proprio sotto quei monti a battezzare i bambini appena nati”.

    La sacralità delle rocce non é mai andata perduta e ad Urupa é stata trasferita nel “Ròch dla vita” mentre in val dël Sarv si é perpetuato nella figura della “Vègia” regina, amante e madre.

   E’ assai probabile che l’esito più tragico della giovane della Bürsch ricordata nelle leggende locali sia una reminescenza di effettive tragedie montane e che l’insistenza nei racconti popolarinel deplorare e criminalizzare come stregonesca la vita solitaria ed appartata sia anche un messaggio agli abitanti della valle perché non cadano nel baratro dell’asocialità ma accettino di buon grado la vita serena ed equilibrata che per secoli ha caratterizzato tutta la Bürsch. 

    Un passato di vita dura e faticosa, ma serena.   

   In un articolo pubblicato postumo nel 1939 lo sfortunato “Nonu Pin”, il mio nonno materno e precursore della difesa della civiltà contadina  tracciava un quadro veristico e suggestivo della vita montanara della Bürsch nel suo passato di sacrificio ma anche di serenità, quando “in ogni casa si avevano pecore o la vacchetta. Le donne recidevano l’erba sugli aspri pendii a manate colla breve falce lunata, e la portavano alla stalla colle ceste caratteristiche. Gli uomini in gran parte emigravano in tutte le parti del mondo. D’inverno trasformavano col piccone e la carriola i declivi della valle in terrazzamenti piani sui quali seminavasi la patata e la segala. Ogni casolare aveva il forno, ogni cucina la madia ove si impastava la farina di segala e da essa si otteneva il pane nero e saporito ma che tuttavia veniva allegramente consumato con toma vecchia e formaggetti impeperati o con il salame di porco non artificiale perchè ottenuto da suini allevati e macellati in casa in buona luna vecchia. Allora non c’erano i tritacarne che danno una pasta regolare e minuta. Dopo una rapida spolpatura delle ossa, la carne ed il lardo venivano maciullati assai grossolanamente colla scure sopra larghi ceppi di castagno o di faggio, eppoi venivano insaccati a furia di soffiate e di manovre di pollice.

   Ai pasti di pane di segala si alternavano quelli a base di fonduta di formaggio o di minestra ben condensata di riso e castagne. Naturalmente con aspersione di non sola acqua del Cervo ! A quei tempi la camomilla era un medicinale infallibile contro tutti i mali. Il noce era allora pianta diffusa. Si avevano esemplari giganteschi che fruttificavano abbondantemente. Nei giorni di cattivo tempo e di sera le famiglie dei “valit” passavano il tempo schiacciando noci e accumulando gherigli e raccontando favole. I frantoi ed i torchi erano numerosi e si produceva un sapidissimo olio di noce che serviva per medicinale, per condimento e per illuminazione. Il pannello o “nosuggio” che ne residuava serviva all’alimentazione del bestiame ma spesse volte anche dei “cristiani” che lo addentavano invece del pane di segala.

    Il giorno 8 settembre festa della Natività della Madonna, ma che veniva detta “Madonna delle zucche” con evidente riferimento ai... frutti della stagione, si portavano al parroco le decime dell’olio, come nella vecchia Chiesa di S. Quirico (oggi chiusa al culto): a fine agosto nella ricorrenza di questo Santo si aveva la “festa delle tome” e si portavano le decime del formaggio prodotto durante “l’alpata”. Ai primi di gennaio, ricorrenza di S. Defendente “festa della salsiccietta” si gareggiava a chi aveva la corda di salsiccietta più lunga !

   Nell’alta Valle si coltivava pure a quell’epoca largamente la canapa, che veniva filata in casa e si manifatturavano salubri lenzuola, asciugamani e camicie: lunghe e capaci camicie da uomo che si ostentavano alla festa con lo sparato a fitte pieghettine duramente inamidato e sul quale facevano bella mostra i grossi colorati fiocchi terminali delle cravatte a cordone.

   Fioriva pure una caratteristica forma artigianale ormai scomparsa: la fabbricazione delle scarpe di corda che venivano largamente esitate e che certamente dovevano incontrare larga clientela nella classe dei ladri perchè ancora oggi il popolino le chiama “scarpe da lader”.

   Sempre poi in quei lontani tempi le donne della Valle vestivano ancora abitualmente i loro caratteristici e variopinti costumi. Oggi invece le “vallette” indossano bensì qualche volta i vecchi costumi e partecipano alle manifestazioni folkloristiche, ma è tutta una turlupinatura: portano i capelli tagliati, le sopracciglia finte e le labbra colorate”.  

   Anche Aldo Gritti sul “Popolo Biellese” del 1932 esaltava la valle del Sarv sottolineando che “l’intimo carattere, l’anima di questa plaga sono nel glauco azzurriccio dei frassini, dei pioppi, dei salici ombranti le colline e le montagne, le valli minori sonanti di cascate. da cui sembra che uno spirito antico, fulgido di preghiera, aleggi ed elevi misteriosamente verso l’infinito”.

    Già si é detto per la valle della Gragliasca che per i normalizzatori del sapere le più antiche religiosità e credenze dovevano essere ‘armonizzate’ e private della loro vera e profonda natura ‘altra’ che, tuttavia, é tenacemente sopravvissuta nelle suggestive leggende del folklore popolare.

   Anche nelle tradizioni che circondano il lago della Vecchia non mancano riferimenti ad una realtà perduta ma non dimenticata e il riferimento ad una “vègia dal daré”, una vecchia del passato non é un elemento anomalo nella realtà della piccola toponomastica delle Alpi biellesi.  

    Incuriosisce non poco che nel tratto dove la carrozzabile verso Urupa s’inerpica con maggiore pendenza sia noto come “La Vecchia” e vi sia stata eretta una cappelletta detta ‘dell’acqua’ con all’interno una fontana.

    Acque salvifiche, boschi sacri e pietre magiche sono gli elementi distintivi ed indistruttibili d’una religiosità naturale solida e duratura.

   Il vero nome del gruppo musicale ossolato citato nell’articolo del “Biellese magico e misterioso” di domenica scorsa é “Murmur Mori” composto da Mirko Void e Silvia Kuro. Ha pubblicato con le Edizioni musicali “Stramonium” gli album “Radici” e “La morte dell’unicorno”.

        Saremo grati a chi vorrà segnalarci realtà analoghe a quelle esaminate in questo articolo scrivendo a storiaribelle@gmail.

   Per approfondire questi argomenti segnaliamo un libro pubblicato da Storia Ribelle casella postale 292 - 13900 Biella.

Roberto Gremmo

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