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Biellese Magico e Misterioso | 16 giugno 2019, 08:00

Il Biellese magico e misterioso: Appuntamento sabato 22 giugno a Miajan fra streghe, elfi, ‘pé d’òca’ ed eredità pagane

A cura di Roberto Gremmo

Il Biellese magico e misterioso: Appuntamento sabato 22 giugno a Miajan fra streghe, elfi, ‘pé d’òca’ ed eredità pagane

Desidero invitare i lettori di “News Biella” alla conferenza sugli elfi, le masche ed i ‘pé d’òca’ nel Biellese che terrò sabato 22 verso le ore 16 a Miagliano per il “Festival del paganesimo” organizzato dalla associazione culturale “ White Rabbit Event”.

   Non conoscevo questo sodalizio culturale ma ho aderito molto volentieri all’iniziativa che, al di là del titolo, forse improprio, vuole rendere omaggio alla popolana Giovanna di Monduro, la “strega di Miagliano” mandata al rogo nel Quattrocento.

   In effetti, grazie alla sua tragica storia, la fama di terra stregonesca per le valli biellesi non é usurpata perché la povera Giovanna venne processata nel 1470 dalle autorità ecclesiastiche come ‘masca’ . Era di Miagliano ma originaria d’una località d’alta montagna detta “greppo del Monduro”.

   Fra le tante accuse che le venivano mosse v’era anche quella d’aver preso parte alle danze dei ‘sabba’ che sarebbero avvenuti “in locis sylestribus occultis” nei pressi del Brianco, nei luoghi dove in precedenza avvenivano i rituali pagani.

    Scoperta, messa sotto accusa a Salussola e bruciata a Tollegno ebbe la fortuna di trovare nel 1913 un attento ricercatore in Cesare Poma che rinvenne negli archivi della “Scuola Professionale” e tradusse dal latino gli atti del suo processo per stregoneria vergati di mano dal prete Francesco dei Vialardi che svolse le funzioni notarili.

    Il processo si svolge a Salussola compare di fronte al vicario fra Nicola De Constantinis “Inquisitore della Sacra Inquisizione” contro Giovanna moglie di Antoniotto Monduro. Ad avviare il procedimento una parente del marito, Antonia moglie di Guglielmino Monduro che il 21 gennaio 1470 denuncia sotto giuramento che l’estate precedente “la predetta Giovanna disse, sotto il portico di Martino Monduro, presente Comina, moglie del fu Agostino figlio del fu suddetto Martino, che non passarebbe un anno che non morisse il meglio tenuto [in conto] della suddetta casa di Martino Monduro. E così successe: morì il migliore, a giudizio dei suoi, degli uomini della casa suddetta nel tempo impiegato”. Non era la prima volta che la donna faceva queste macabre previsioni, perché aveva già minacciato la stessa testimone durante un diverbio di procurarle dei guai, ed infatti le erano morti due figli “astrieti” (soffocati) e “fassinati”. 

    Il 2 febbraio comparve di fronte allo stesso Vicario il cognato Martino Monduro che sotto giuramento e sotto pena di scomunica conferma che Giovanna “facilmente malediceva”. Il fratello Guglielmino aggunge d’aver sentito l’imputata sostenere con Elena Monduro di sapere per certo che il figlioletto era “maschatus” (stregato).

   Dopo qualche giorno, ancora Elena doveva dichiarare d’aver sentito l’accusata minacciare d’inquinare un pozzo di cui le veniva negato l’uso.

   Le accuse non partivano solo dal ‘clan’ famigliare, evidentemente tutto unito contro l’intrusa ‘forestiera’ perché un altra povera donna, Maddalena tenuta anch’essa per “mascha” mentre si trovava in prigione, non si sa quanto spontaneamente, aveva dichiarato al Vicario che Giovanna era “strega della setta delle streghe (strigarum)” e l’aveva vista “in stregheria”.

   La testimonianza di maggior peso doveva rivelarsi quella del nobile Mandredo dè Vialardi. Sentito il 6 febbraio, dichiarava che quattro anni prima “la predetta Giovanna fu a visitare a casa [sua] nuora” che aveva un figlio ammalato, aggravatosi dopo l’incontro con la donna che “si sospettava strega”.

    Convocata più volte dal Vicario per discolparsi, Giovanna aveva preso la fuga e solo quand’era stata costretta si era finalmente presentata, respingendo però tutte le accuse: “Io sono accusata di andare alla stregheria (mascaria), non è vero, ammenocchè io vi vada in sogno”.

     Il 13 febbraio, De Constantinis, il canonico Giovanni Domenico di Cremona e Giovannetto di Badalucco iniziano l’interrogatorio che prosegue per diversi giorni ma Giovanna replica “che non sa nulla” finchè “non soddisfacendo [essa] meglio e più apertamente” alle richieste di confessare “il predetto Vicario la fece porre alla tortura per estorcere la verità”.

    Le maniere forti servono allo scopo perché il 20 febbraio “presenti i Venerabili signor prete Delfino de Casaciis, prete Martino di Pernate, fra Francesco di Cremona” ed il notaio, Giovanna moglie di Antoniotto di Monduro confessa d’aver fatto parte della congrega infernale sin da quando “mentre era a Miagliano e veniva filando, quando il gallo aveva già cantato la prima volta al tempo delle notti lunghe, con una certa Agnesina figlia di Franzone Coda (Choa) di Miagliano, passando esse due sotto una maceria udendo un suono di tamburo e di zampogna o di flauto o zufolo (subieti) la predetta Agnesina le disse: “Vieni, andiamo a vedere che cosa sia che udiamo”. Essa rispose: “andiamo” e andarono come avevano deciso, e arrivando trovarono una folla che tripudiava” attorno ad un essere vestito di bianco con in capo un berretto nero che “giudicò che fosse un demonio o un [suo] discepolo” facendola tremare di paura. L’essere che diceva di chiamarsi “Zen” le disse che se avesse fatto la sua volontà le avrebbe dato molte ricchezze e sarebbe stato suo amante e lei, del tutto sottomessa, fece una croce in terra, saltandole sopra coi piedi e rinnengando “la croce, il battesimo, la Vergine Maria e tutti i santi del Paradiso”.

    Il rito diabolico era continuato perché Giovanna “per comando di detto demonio baciò il c..o di lui” e poi aveva bevuto un liquido dal sapore “cattivo e come orina” mentre l’essere infernale la invitava a deglutire “giacchè questo è il mio battesimo”.

   Erano seguiti due accoppiamenti sessuali che le avevano provocato poco piacere anche perché il demonio le aveva “iniettato materia fredda come il ghiaccio (glacus)”.

   A questo primo sconvolgente rito d’iniziazione erano seguiti altri convegni diabolici che si svolgevano nella località Brianco con “molta turba” di fronte ad un “Principe” infernale “vestito di vesti nere, che sedeva e giudicava e comandava alle streghe di fare molte cose malvagie, e faceva punire quelle che non osservavano i suoi precetti,  ciascuna dal suo proprio amante”.

     Agli incontri si recava “portata dal predetto suo amante Zen” utilizzando un bastonetto che ungeva con un misterioso unguento.

    Assieme ad altre streghe come Maddalena Montagnina e la moglie di Domenicio de Lunoto si recava di notte a far del male, con l’aiuto di demoni che le portavano ed aprivano le porte delle case per soffocare le persone “sovrapponendo le proprie mani a quelle di esse e indi comprimendo”.

    Poiché la poveretta dichiarava che il diabolico Zen continuava ad apparirle anche in carcere perché lei “arrabbiata” invocava il suo aiuto, il Vicario inquisitore ordinò che fosse “legata alla tortura e interrogata” ed in un nuovo drammatico confronto la poveretta finì per denunciare come complici “le moglie di Pietro de Lunoto [ed] Ottina Pinotina, entrambe di Salussola, Donna Maria Monaca, Comina de Crosa dei Galliari (de Galiarijs), Agnesina che dimora in Cacciorna (Chazorna) nuora di Giovannin de Viano, tutte di Andorno” precisando che “le infrascritte persone erano della società e che le aveva viste nella località Brianco e al pozzo di Arro” assieme a Maddalena moglie di Giuseppe Ossona ed il prete Pietro del Bosco che aveva per amante una certa Antonia di Tavigliano.

    Benevolmente, l’inquisitore “avute queste [risposte] quantunque non si abbia la verità completa, fu licenziata senza tortura”. Ma la tregua doveva durare appena poche ore, perché la disgraziata veniva interrogata di nuovo dopo poche ore, cercava di scagionare i poveretti ancora in vita che aveva compromesso con le sue confessioni perché “era stata quasi intontita”  ma sosteneva di essersi trasformata in lepre con due delle sue amiche, d’aver adorato “il suo demonio Zen” e d’aver soffocato un bambino in fasce. Per tutta risposta, gli inquisitori “giudicarono ch’essa doveva essere incarcerata per la tortura per ottenere la verità” e messa alla catena aggiunse d’aver profanato i sacramenti.

    Il 23 febbraio la donna superò se stessa, accusando di complicità nuovamente una decina di poveretti d’Andorno ma soprattutto Maddalena Montagnina e Lanfranca Comina con cui sarebbe andata sulla strada fra il Vernato ed Occhieppo, in località Sant’Agata dove avevano “preso un ragazzo in una casa a loro ignota - giacchè ognuna di esse era condotta e portata dai loro singoli demonii, cioè essa Giovanna dal predetto Zen, e le altre predette dai loro amanti”. Le donne “lo posero in una caldaia (chachabo) col fuoco acceso a bollire, e indi, raccolto il grasso, Lanfranca lo divise tra di esse per ungere il bastonetto, a ciascuna di esse distribuendo il bastonetto, e così morto e ucciso lo posero fasciato (fassiatum) presso sua madre, e indi come erano venute se ne andarono” proseguendo nelle loro diaboliche cavalcate notturne attorno al “principe Lucifero”, dispensatore di grandi quantità di ottime vettovaglie e di vino.         

   Il 17 agosto 1471 nel borgo di Tollegno “presso il pozzo, a cui confina la via (della Croce)” il nobile signore del luogo e di Miagliano Francesco Bertodano condannò “la predetta Giovanna, rimessa[gli] come eretica” ad essere “gettata sul fuoco e bruciata (concremandam) così che la sua anima si separi dal corpo”.

   Da una documentazione rinvenuta dal ricercatore Pier Emilio Cardera sappiamo che per garantire l’ordine pubblico ed aiutare l’ufficiale di giustizia al momento dell’esecuzione era stato ordinato da Ludovico Bertodano a sei abitanti di Miagliano di presentarsi armati, sotto pena di 25 lire in caso  d’assenza. Inaspettatamente, tutti disobbedirono ed anche gli altri abitanti del paese si rifutarono di assistere alla crudele mattanza.

   Vollero forse rendere omaggio ad una poveretta che consideravano una vittima incolpevole ?

   Adesso, dopo diversi secoli, alla montanara Giovanna viene dedicato questo singolare “Festival del paganesimo”.

    Ho il piacere e l’onore di essere stato invitato assieme ad altri prestigiosi ed autorevoli studiosi come Massimo Centini, Marco Conti, Giuseppe Verdi, Corinna Zaffarana, Gianni Cerruti, Laura Fezia, Stefania Tosi e Danilo Craveja che, meglio di me, tratteranno più competentemente i temi della stregoneria e della caccia al diverso, all’eretico, al ribelle.

  Il ‘festival’ é patrocinato dai Comuni di Miagliano e Salussola e proseguirà anche la sera di sabato con un concerto di diversi gruppi muscali che recuperano melodie tradizionali ed etniche e la domenica con altri interessanti eventi.

    Fra i complessi che si esibiranno mi piace ricordare soprattutto gli ossolani “Murmur Mundi”.

   Vë spetoma.     

        Saremo grati a chi vorrà segnalarci realtà analoghe a quelle esaminate in questo articolo scrivendo a storiaribelle@gmail.

   Per approfondire questi argomenti segnaliamo un libro pubblicato da Storia Ribelle casella postale 292 - 13900 Biella.

Roberto Gremmo

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