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Biellese Magico e Misterioso | 09 giugno 2019, 08:00

Il Biellese magico e misterioso: Gli “òm ëd pera” della Muanda in val dl’Elf ed i “Ciaparèt” di Sant’Anna di Vinadio

A cura di Roberto Gremmo

Il Biellese magico e misterioso: Gli “òm ëd pera” della Muanda in val dl’Elf ed i “Ciaparèt” di Sant’Anna di Vinadio

Alla vigilia dei settant’anni, pieno di acciacchi e ormai in difficoltà sui sentieri di montagna, ho voluto ancora una volta salire sulla “Muanda” per godere la visione della straordinaria concentrazione di “òm ëd pera”, i cosidetti ‘mongioie’, le sculture spontanee ed anonime di grandi pietre impilate in luoghi elevati e da cui si gode uno spettacolo impagabile sul nostro Biellese.

   La Muanda é una collina montana che fa da colonna vertebrale fra i due santuari mariani biellesi di Graja ed Urupa.

  Il suo nome ricorda che nei suoi alpeggi da epoca immemorabile era un pascolo di passaggio, dove sostavano le transumanze quando salivano ai pascoli.

    Forse proprio per l’importanza avuta da sempre, accanto ai suoi sentieri sono stati eretti gli “òm ëd pera”, sentinelle d’una civiltà alpina ormai quasi perduta.

   Oggi la Muanda é stata trasformata in un sentiero religioso cristiano, dedicato alla memoria del biellese Pier Giorgio Frassati, con tanto di pietra altare vicino alla cascina Alpetto (a 1484 metri) e un grande “òm ëd pera” con immagini sacre vicino ad un altro altare collocati a 1962 metri.

     Non visibile dal sentiero pur essendo stato eretto a pochi metri di distanza ma ben evidente guardando dal basso, uno dei più imponenti monumenti litici testimonia di antiche, mai perdute esigenze di elevazione spirituale che certamente non erano debitrici alla devozione cristiana.

    E’ un fatto che proprio accanto ai principali centri devozionali litici pagani diventati dei santuari cristiani mani ignote hanno eretto diversi ‘òm ëd pera’ che testimoniano la volontà di lasciare un segno della propria devozione.

   Nel santuario di sant’Anna di Vinadio in valle Stura che s’incontra salendo da Barcellonette, attraversando la vallata della Tinée parallela a quella di Fours Sant Laurent, superando il colle detto della Lombarda e poi scendendo lungo il vallone d’Orgials persiste la pratica religiosa dei “Ciaparét” che prova la sacralizzazione di quelle rocce perché salendo al masso delle impronte miracolose i fedeli accumulano devozionalmente una sull’altra piccole pietre e formano delle steli piramidali simili a quelle degli “òm ëd pera” della Muanda biellese.

    Questi ‘ciaparét’ sono parecchi e non stupisce che si trovino in un luogo dove i residui di paganesimo non mancano proprio.

   Sant’Anna di Vinadio é un luogo di devozione molto suggestivo, posto a più di duemila metri d’altezza sul livello del mare ed il suo nome é noto come marchio d’una importante società che imbottiglia le “acque freschissime e sopramodo sanissime” lodate già nel ‘700 in un opuscolo del sacerdote Giovan Battista Fiore nella sua guida a quel “miracoloso luogo, dove sono tre bellissime Capelle e sopra modo ornatissime, nelle quali si fa grandissima solennità il giorno della gloriosa Sant’Anna ed in tutte le tre Capelle si celebra, stante la gran quantità di gente che quivi si ritrovano”, pellegrini davvero pieni di fede e di coraggio perché la salita al santuario non era né comoda né breve.

   In un lontano passato esisteva in quel luogo un “Ospicio di Santa Maria di Brasca” ma verso la metà del Quattrocento il santuario mutò nome quando Anna di Lusignano moglie di Ludovico I di Savoia favorì la diffusione del culto per la madre della Madonna.

    Per giustificare la nuova devozione si diffuse la credenza che sant’Anna si sarebbe materializzata su un grande masso erratico lasciandovi impresse le proprie orme, ancor oggi visibili sulla sommità dell’imponente roccia posta alcune centinaia di metri sopra il santuario accanto al sentiero che conduce a due laghetti alpini.

   In una guida della valle Stura edita dalla Regione Piemonte si sostiene che gli incavi rocciosi posti sulla sommità del masso “potrebbero essere più semplicemente dei graffiti preistorici” ma a noi paiono invece rientranze naturali, utilizzate per ritualità pagane antichissime in un percorso di ascesa che comportava la difficoltosa scalata del masso ed una sosta prolungata in quello stretto spazio elevato e ventoso che poteva provocare solo sensazioni molto forti. Per di più, le due cavità si riempiono facilmente d’acqua piovana rendendo plausibile l’ipotesi che favorissero delle abluzioni rituali.

       Oggi non é possibile individuare gli antichi passaggi d’ascesa al culmine del masso perché un’enorme scalone di cemento copre interamente la parte che presumibilmente veniva utilizzata per la scalata.

    Sulla sommità della pietra la parte centrale é occupata da una statua mentre fra i due “piedi di sant’Anna” é stata brutalmente cementata nella roccia una cassettina metallica con una fessura per raccogliere le offerte dei fedeli.

    Nel suo libretto del ‘700 don Fiore scrisse che la chiesa di sant’Anna era posta “sul monte Urgiasso” un toponimo che s’é perduto perché venne trasformato in “Orgials”, come “Urupa” é stato italianizzato in Oropa.

  Entrambi i luoghi di culto cristiani presentavano in origine un nome con la medesima origine in “Ur” ed alcuni linguisti ritengono che nelle remote parlate locali pre-latine indicasse la capitale spirituale delle primitive civiltà montanare.       

  Sempre in valle Stura, il borgo di “Peiropùorc” subì un’analoga rozza trasformazione del nome originale in Pietraporzio ma anche lì il culto di sant’Anna s’é singolarmente sviluppato in un punto del paese particolarmente suggestivo.

   La sua chiesetta é stata costruita su un immenso masso sotto l’antico cimitero arroccato attorno al campanile di santo Stefano ed incombente sui gorghi proprio dove il fiume Stura é stato di recente sbarrato da una diga che ha rallentato il suo corso impetuoso.

  Anche a Traffiume fra il lago Maggiore e la val Cannobina un piccolo oratorio dedicato alla Madonna di Loreto é stato edificato sull’“Orrido di sant’Anna” a strapiombo “in rupe quae flumini imminet” proprio dove l’acqua precipita impetuosa e spumeggiante fra le rocce.

   Perciò, in due vallate differenti, la mistica figura della madre della Madonna protettrice delle puerpere viene evocata in luoghi di particolare suggestione, impervi, ricchi di acque guaritrici e sempre rocciosi.

    Come a Sant’Anna di Vinadio ed in diversi santuari valdostani, segni miracolosi nella roccia non sono infrequenti in diverse località isolate o dove la cristianizzazione ha dovuto fare i conti con culti litici particolarmente radicati.

   Secondo la tradizione, nelle Alpi Marittime, a poca distanza da Briga, l’impronta del piede o “peada” di sant’Elmo sarebbe rimasta impressa nella roccia ma anche in quella zona montana il culto pastorale più diffuso é quello di sant’Anna.

    Un’altra impronta nella pietra sarebbe stata lasciata dal misterioso san Viviano vissuto isolato ed in perenne meditazione rifugiandosi in una grotta dov’é stata ricavata una cappella, a Vagli nelle Alpi Apuane, alle falde del Roccandagia in provincia di Lucca.

   Alla chiesetta si accede per una scalinata ripidissima che i pellegrini scendevano in ginocchio baciando devozionalmente la pietra con l’impronta lasciata dal singolare personaggio la cui vita é avvolta nel mistero.

   Lo studioso Mariano Verdigi spiega però che “Nel culto di S. Viviano a Vagli è possibile intravedere la cristianizzazione di antichi culti pagani. Significativi al riguardo la presenza di una sorgente miracolosa, dei cavoli benedetti, la stessa grotta (tutti elementi presenti anche in prossimità delle sedi di antichi culti pagani). Vagli del resto è uno dei paesi dell’Apuania ove più a lungo si sono mantenute usanze e costumi antichissimi (ad esempio il Kalen o Kalendo, diritto ed altissimo albero che si innalzava in occasione della prima messa di un paesano, o dell’ingresso di un nuovo parroco, o anche di un diploma di laurea)”.

    Una cerimonia molto simile é ancora praticata in Valsesia nel borgo di Ara sul monte Fenera dove la sera che precede la festa patronale di sant’Agata del 5 febbraio tre pali lunghi una decina di metri ed uniti in alto vengono piantati su un masso che prende il nome di “sasc dan ciuma pin” (sasso della cima del pino) e poi vengono bruciati assieme a tralci di vite e fascine, traendo auspici sul raccolto a seconda della direzione del fumo. Il masso é evidentemente un’antica pietra magica e la cerimonia il residuo di un rito propiziatorio di fertilità in una località che conserva il nome Ara, evocatore degli antichi altari pagani.

   Sempre sulle Alpi Apuane é dedicata a sant’Anna una chiesetta a Forno nell’entroterra di Massa dove il segno della “testa del diavolo” sarebbe rimasto impresso su un muro, lasciato nell’inutile tentativo di abbattere l’edificio prendendolo a cornate, atto vandalico andato a vuoto con l’inevitabile caduta del maligno nel sottostante torrente Frigido.

   A poca distanza é stata costruita una cappella dedicata alla Madonna che avrebbe lasciato la sua impronta su una roccia dopo essersi gettata dal monte Brugiana detto anche “Zucco del Santo”.  

   Qualcosa di simile sarebbe accaduto anche sul Carso triestino dove il santuario di Repentabor, il più antico tempio cristiano del litorale, sorse accanto alla roccia su cui la Madonna apparsa ad una pastorella avrebbe inciso nella pietra l’impronta del proprio piede, un segno ancor oggi visibile e ben conservato.

   Il santuario giuliano di Repentabor ha probabilmente un’origine pagana e sarebbe stato fin dall’antichità un luogo privilegiato d’incontro di stirpi montane (come “Urupa” e “Urgiass”) perché le sue feste più importanti sono quelle del solstizio di san Giovanni ed avvengono anche “in omni die dominica novilunii”, ogni domenica di luna nuova.

    Scadenze incancellabili d’una società umana che regolava la propria vita sui cicli immutabili e misteriosi della natura.

        Saremo grati a chi vorrà segnalarci realtà analoghe a quelle esaminate in questo articolo scrivendo a storiaribelle@gmail.

   Per approfondire questi argomenti segnaliamo un libro pubblicato da Storia Ribelle casella postale 292 - 13900 Biella.

Roberto Gremmo

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