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Biellese Magico e Misterioso | 02 giugno 2019, 08:00

Il Biellese magico e misterioso: La “Roggia dei Saraceni” di Graja e le acque salvifiche della val dl’Elf

A cura di Roberto Gremmo

Il Biellese magico e misterioso: La “Roggia dei Saraceni” di Graja e le acque salvifiche della val dl’Elf

E’ singolare e significativo che ancor oggi i valdostani abbiano diversi luoghi di culto cristiani fuori dalle valli, ad Urupa dove giungono con processione dalla valle del Lys che non ammette la presenza di estranei ma soprattutto al santuario alpino dedicato al martire Besso dove si sacralizza una pietra magica oggetto d’un culto a sfondo etnico ereditato dalle antiche popolazioni di montagna.

   San Besso, Urupa e l’alta valle del Elf erano  luoghi di devozione ma la loro attività metallifera si estendeva anche più in basso.

   Proprio fra Graja e Muscian possibili tracce di quella che l’ingegner Teresio Micheletti considerava una superba civiltà mineraria restano anche nella grande conduttura d’acqua detta “Roggia dei Saraceni” costruita con grande abilità per portare l’acqua della Janka verso Campra ed a quest’opera potrebbe riferirsi il decreto del 1411 con cui il duca Amedeo VIII sollevava gli abitanti di Graja e Muscian dall’obbligo d’una tassa gravosa perché già fortemente indebitati nella costruzione d’una roggia detta “Aglancha” per il castello di Graglia, forse ammodernando una canalizzazione più antica.

    Naturalmente, i pirati venuti dal mare fra la fine del Nono secolo e la metà del Decimo non c’entrano niente anche perché l’unico, fugace cenno ad una loro presenza nelle vicinanze compare nel “Chronicon Novalicense” solo per ricordare l’aggressione d’un soldato da parte di una “infinita multitudo Saracenorum” nei pressi di Vercelli. Tutt’altro che stanziali, questi predoni non potevano costruire canali e scavare rifugi sulla montagna.

    Molto più credibile pensare che anche il canale su Graja ed il “forno dei Saraceni” siano opera di quel ‘Popolo Forte’ che per primo civilizzò il Biellese occidentale ma i buoni borghesi ottocenteschi fecero gran fatica a convincersi che li avessero realizzati degli illetterati, arretrati e retrogradi montanari.

   Quelli che in gran parte delle Alpi, per il loro aspetto fisico sgraziato, la pelle ramata dal sole, la piccola altezza e soprattutto l’alterità del linguaggio, il ‘patois’ considerato un parlare coi piedi, venivano sprezzantemente chiamati proprio “Sarrasins” così come i veri Saraceni (e gli Ungari) durante il Medio Evo venivano bollati come “Pagani”.

   Nel 1929 Joseph Simèon Favre pubblicava sul “Mont Blanc” un saggio su “Aoste Sarrasine” e ricordava che nel folklore valligiano questi individui venivano descritti come “des petits hommes avec comportement d’animaux sauvages. Ils travavaillaient jour et nuit” dandone un’immagine poco confacente a dei pirati ma abbastanza appropriato per descrivere col pregiudizio tipico del cittadino e del letterato i formicolanti e rozzi alpigiani .  

   Non per caso ma recuperando la forte sacralità di quella montagna sacra dei Salassi, nel 1615 l’ardimentoso parroco di Gragja don Andrea Velotti ipotizzò la costruzione su quei pendii d’una impressionante quantità di cappelle che definitivamente segnasse la cristianizzazione di una montagna che per molti versi ci appare davvero singolare.

   Quel sacerdote doveva essere un uomo di cultura e con notevoli appoggi anche fuori dal paese perché nel 1623 poté far stampare a Milano una suggestiva incisione con il suo progetto che doveva veder sorgere “Trentatrè umili dedicatorie Della Novella Gerusalemme osia Palestina del Piemonte, detta di San Carlo di Graglia, ad onore delli trentatré anni di Cristo Signor Nostro, undeci celesti, undeci ecclesiastiche, et undeci temprali”.

   Fu subito chiaro che edificare cento edicole sacre sarebbe stata una follia ed anche se a partire dal 1616 don Velotti iniziò a far costruire le prime cinque cappelle alla fine, dopo la sua morte, il faraonico progetto venne abbandonato per più modeste costruzioni.

    E’ interessante notare che il progetto originario della “Jerusalem civitas Dei” comprendeva anche un misterioso monte Libano, un monte Tabor ed un monte Carmelo che paiono indicare una particolare attenzione spirituale per il misticismo delle vette.

   Il rettore del santuario negli anni ‘70, don Ernesto Caffino ha autorevolmente ricordato sul giornale “Il Biellese” che ogni cappella “comprendeva un gruppo di cappelle o edicole ornate da una fontana, da una nicchia con getto d’acqua o da uno zampillo. Questa parte decorativa dell’acqua aveva certo il suo pregio e la sua funzionalità. Quel cadere cadenzato e ritmato, era un inno di vita a diradare i silenzi quasi leggendari delle sere inoltrate, un invito a cacciare i sogni delle notti profonde in un paesaggio allora tutto rupestre e selvaggio. [...] Ma nella mente di Don Velotti [...] il simbolismo [fu] la sua vera ispirazione. L’acqua è l’elemento preponderante nella storia della salvezza, e del resto la nostra fede si manifesta nei segni e nei simboli”.

    Mancando le cappelle ‘acquifere’, nel 1719 accanto al santuario venne collocato un “Burnell” simile a quello d’Urupa, un’opera che secondo don Caffino sarebbe presente non come elemento decorativo ma come “motivo di elevazione e di preghiera”. 

   Un celato simbolismo sarebbe nascosto nella pigna che lo sovrasta e non a caso in passato venne sottratta “e subito ritrovata” ma l’intera struttura contiene un messaggio spirituale di grande importanza e la sua struttura non é né casuale né fortuita ma risponde ad un preciso disegno poiché é di forma ottagonale ed ha singolari mascheroni in cui si innestano i beccucci per lo zampillo nel blocco rettangolare centrale a colonna.

   Un simbolo magico e segreto ?

  Saremo grati a chi vorrà segnalarci realtà analoghe a quelle esaminate in questo articolo scrivendo a storiaribelle@gmail.com

   Per approfondire questi argomenti segnaliamo un libro pubblicato da Storia Ribelle casella postale 292 - 13900 Biella.

Roberto Gremmo

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