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Biellese Magico e Misterioso | 17 maggio 2019, 08:00

Il biellese magico e misterioso: I legami segreti fra l’eretico biellese Dolcino e San Dolcito di Caraglio

A cura di Roberto Gremmo

Il biellese magico e misterioso: I legami segreti fra l’eretico biellese Dolcino e San Dolcito di Caraglio

  Un singolare legame unisce il Biellese ad un paese del Cuneese. Le due località sono collegate misteriosamente da un eretico che si chiamava Dolcino ed uno strano santo che Dolcito.

 In piena tempesta rivoluzionaria, nel 1789 nella chiesa di San Giovanni di Caraglio vengono traslate le reliquie del presunto “martire cristiano” San Dolcito.

   Benché la devozione popolare per quel personaggio sia viva ancor oggi, la sua identità pare dubbia e non viene mai menzionato fra i santi davvero riconosciuti.

   Chi é davvero questo Dolcito ? Perché é stato sepolto in una cappella zeppa di simboli singolari, anche macabri ? Come mai regge un calice rotto che la tradizione vuole contenga il suo sangue ?

    Il mistero si fa fitto perché a portare le sue presunte reliquie a Caraglio fu una nobile casata che aveva avuto in quegli anni un ruolo importante a Vercelli, la città dove nel 1307 era stato ucciso il celebre eresiarca Fra Dolcino, il cui nome richiama direttamente quello del personaggio sepolto nel cuneese. Sulla fine dell’eretico circolano da sempre versioni contrastanti e non v’é certezza che il suo corpo sia stato distrutto interamente da un rogo.

   Prende così corpo l’ipotesi suggestiva ed inquietante che i giacobini caragliesi, a spregio della religione cattolica, abbiano nascosto in una chiesa i resti d’un eretico; il più pericoloso avversario del Potere ecclesiastico perché, come precisò nel 1931 Emanuele Sella, “se Dolcino avesse vinto, la Padania si sarebbe forse staccata dal resto d’Italia”.

    L’intromissione di Caraglio non sarebbe un’eccezione perché a fine Ottocento, nel Biellese venne eretta una chiesa zeppa di simboli massonici ed ancor oggi potenti banchieri ‘venerano’ nel’Abbazia milanese di Chiaravalle un’altra eretica finita al rogo.

    Alla ricerca di possibili collegamenti fra Dolcito e Dulcino, s’intavede la trama dell’occulto lavorìo liberomuratorio che favorì la fortuna ottocentesca dell’eresiarca biellese, ‘rivendicato’ quale ‘martire del libero pensiero’ e probabilmente chiarisce perché nel 1794 le presunte reliquie del preteso San Dolcito giunsero a Caraglio mentre anche in Piemonte si respirava una devastante aria rivoluzionaria.

   L’anno seguente, per impedire l’invasione francese venne spostato in paese un presidio militare con il “Corpo Franco” del generale Giulay ed un reggimento del “Savoia Cavalleria” ma tutto fu vano perché, dopo l’armistizio di Cherasco del 28 aprile 1796, Cuneo e tutte le valli vennero occupate dalle truppe d’Oltralpe e subito, come per incanto, spuntarono i collaborazionisti filo-francesi che la fecero da padroni per il periodo dell’occupazione, durata qualche mese.

   Il nuovo padrone di Caraglio diventava Carlo Arnaud, ‘maire’ cioé primo cittadino con l’aiuto di Domenico Moschetti, titolare d’una importante filanda, che “si distinse per intransigenza giacobina” e divenne “accusatore pubblico” per conto dei nuovi padroni.

   Fu lui ad opporsi ad ogni oltraggio alle reliquie di Dolcito, raffreddando gli ardori iconoclasti del popolano Pierret, accusandolo di “imprudenti parlate” quando si scagliò contro quelle ossa nel suo furore di popolano emotivamente coinvolto e convinto di dover far sul serio.

   Bonaventura Barattà, già “coinvolto nella congiura repubblicana di Torino” nel 1794 e condannato a morte in contumacia, diventò il braccio destro di Arnaud perché entrambi erano fra i primi dignitari della loggia massonica “Parfaite Union” di Cuneo.

   Con loro, collaborazionista fra i collaborazionisti, abbiamo la sorpresa di trovare il personaggio più inatteso: proprio quel Giovanni Ferdinando Napumoceno Serale che dopo essere stato un funzionario regio a Vercelli dove era stato bruciato l’eretico aveva donato le presunte reliquie di Dolcido.

    All’ombra del tricolore d’Oltralpe Serale venne posto alla testa della “Società d’Agricoltura, Scienze ed Arti” che controllava l’economia caragliese.

    Tuttavia, l’egemonia di tutti questi individui durò ben poco perché nel 1799 sull’onda dell’offensiva del generale Suwarow e delle vittorie della “Massa Cristiana” i contadini si ribellarono, cacciandoli da Caraglio.

    Il 5 maggio, stufa degli eccessi, la gente di Caraglio gettò a terra il cossidetto “albero della libertà” mettendolo a fuoco, cercando di linciare altri due noti filo-francesi, tali Ferrando e Molineri, sottratti all’ira popolare solo dall’intervento del potente banchiere Arnaud.

  Guidati da un certo Paolo Bruno, autoproclamatosi “generale comandante della Massa Cristiana”, i contadini liberarono Busca al grido di “Morte ai Democratici !” e dettero fuoco al solito “albero della libertà” piantato dai collaborazionisti.

   Sebbene le comunità di Revello, Sanfront, Martiniana, Gambasca e Barge avessero offerto “insistentemente all’Amministrazione (francese) le proprie guardie nazionali” e le valli valdesi si mostrassero “tranquille e sicure, schierate accanto ai repubblicani” l’esempio dei caragliesi venne seguito da folte schiere di montanari delle valli Maira e Varaita che cacciarono i francesi da Dronero, Busca e Villafalletto, bruciando i registri comunali “odiatissimi in quanto rappresentavano i documenti della dominazione francese”.

  Il generale  Suwarow indirizzò un proclama ai “popoli del Piemonte” incitandoli ad insorgere ed i contadini non restarono insensibili al suo accorato appello.

   Coi francesi restarono solo “poche truppe repubblicane, alcuni reparti dell’ex esercito regio, tra cui le diserzioni si facevano numerose, i volontari e le milizie valdesi”. Dal quartier generale di Alessandria, il generale francese Moureau emise un bando, “Giustamente indignato del brigantaggio e degli assassinii dei paesani piemontesi che massacrano e spogliano tutti” dando l’ordine di fucilare senza pietà “in mezzo ai paesi più vicini tutti i contadini armati che saranno trovati a far fuoco sui francesi, di incendiare le case donde si sarà tirato sulle truppe francesi”. 

  Nel tentativo di fermare la “Massa Cristiana”, i francesi bollarono i popolani patrioti come banditi e non esitarono a ricorrere ad eliminazioni di massa, ‘pulizie etniche’ e stragi per seminare il terrore, rappresaglie contro le povere cose della popolazione.  

   Come fecero i nazisti coi partigiani.

   Le più feroci furono le stragi di Carmagnola ed il sacco di Caraglio, dove fra il 14 ed il 15 maggio le truppe della “Grande Nation” ammazzarono 22 innocenti e nei mesi seguenti altri quattro.

  Un eccidio.

 Malgrado queste bestiali rappresaglie, occorsero diversi mesi perché i francesi riuscissero ad imporre con la forza delle armi la loro ‘normalizzazione’ e solo a fine novembre dell’anno 1800 il prete collaborazionista Giovan Battista Alberti poté esaltare il “Governo Repubblicano” in un discorso di fronte ai caragliesi, ormai rassegnati a subire i nuovi padroni.

    Per quanto ci interessa, é significativo il diretto coinvolgimento del Serale della donazione ‘dolcidiana’ nella ristretta cerchia dei maggiorenti compromessi con il nuovo regime filo-francese.

   Anche il prete Alberti che interpretò il Vangelo in chiave politica per giustificare l’oppressione dei francesi responsabili delle stragi di poveri popolani suoi conterranei appare un personaggio ambiguo e capace di tutto.

   Erano stati preti spergiuri come Alberti o Leone d’accordo con nobilastri borghesizzati come il Serale, tutti esaltati dagli eccessi francesi, a patrocinare l’avventuroso trasloco di San Dolcito pochi mesi prima che il vento rivoluzionario parigino irrompesse nella tranquilla provincia subalpina ?

   Riuscirono con qualche sotterfugio a convincere il cardinale Vittorio Gaetano Baldassarre Maria Costa d’Arignano dei Conti della Trinità, già Vescovo di Vercelli e poi di Torino ad avallare quel dono singolare ?

   Erano anni terribili e Costa si trovò al centro d’una bufera politica e militare che scosse profondamente la vita del mondo ecclesiastico subalpino. Costa era un poveretto, fragile navicella in balìa di eventi più grandi di lui, impossibilitato ad agire.

    Forse incapace di sospettare malevole intenzioni dietro alle reliquie di Dolcito.  

    Eppure, l’illustre prelato era stato diverso tempo a Vercelli ed avrebbe potuto cogliere una singolare assonanza fonetica fra il nome del presunto martire venerato a Caraglio ed un personaggio contro cui s’era scagliato proprio in quella città il predicatore frate Filippo da Rimella dando alle stampe nel 1793 una “Orazione sopra la sacra lega dè Valsesiani contro l’eretico Dulcino”.

    Nella giornata di quaresima del 1798 un altro predicatore,  padre Bartolomeo da Bolzano tornò a scagliarsi, stavolta a Biella, contro “l’eretico Dolcino e seguaci”, precursori dei peggiori nemici della Chiesa, giansenisti e giacobini, questi ultimi ‘fratelli maggiori’ della Massoneria e considerati capaci di tutto.

  Intanto però nella chiesa di Caraglio si veneravano le presunte reliquie d’un santo di cui non si sapeva un bel niente. Una beffa ?

    Saremo grati a chi vorrà segnalarci realtà analoghe a quelle esaminate in questo articolo scrivendo a storiaribelle@gmail.com

   Per approfondire questi argomenti segnaliamo un libro pubblicato da Storia Ribelle casella postale 292 - 13900 Biella.

Roberto Gremmo

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