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Biellese Magico e Misterioso | 28 aprile 2019, 08:00

Il Biellese magico e misterioso: Tre inattesi incontri con le masche biellesi

A cura di Roberto Gremmo

Il Biellese magico e misterioso: Tre inattesi incontri con le masche biellesi

Mi é capitato d’incrociare le ‘masche’, vere, presunte o probabili, almeno tre volte.

   Con un termine originale intraducibile, in lingua piemontese si bollano per masche donne malefiche, pericolose o addirittura diaboliche dedite a sortilegi, malefici, filtri del malocchio, incantesimi ed ogni cattiva negromanzia.

   Le masche vanno distinte dalle streghe vere e proprie, che intanto sono persone reali e non frutto delle fantasie popolari ma vengono considerate giovani ragazze piacenti, amorosamente tentatrici e pericolosamente propense alla violazione dei canoni morali egemonici.

    No, le masche sono vecchie, bavose e laide; anziane emarginate, creature pericolose e vendicatrici.

    La prima masca l’ho incrociata nei racconti di mia Madre, nei suoi ricordi di bambina di campagna del cantone della val dl’Elf  da dove d’estate saliva al Pian Paris sopra Sordevolo per portare col nonno le mucche in pastura.

     Cantone si chiamava la piccola comunità rurale dove mia Madre viveva, un nome che evoca la società autonomista svizzera, diverso, nella sostanza, da quello burocratico di frazione che si preferisce adesso.

   La vita del Cantone era racchiusa in un micromondo di fatica serena e di sforzi immensi per strappare la vita con un fazzoletto di terra, poche, amate bestie nelle stalle e gli incontri comunitari nelle lunghe serate invernali delle “vëgge”, perché allora la televisione rincitrullicente non c’era (per fortuna) ancora.

   Nel Cantone odi rancorosi insuperabili per liti di confine convivevano con robuste solidarietà nei momenti del bisogno.

   C’era però anche un unico personaggio fuori posto e oltre norma, ed era una povera vecchia che sopravviveva in una casupola cadente, che oggi, ristrutturata ed ampliata dopo anni di abbandono, è diventata una bella villetta.

    La mamma mi diceva che quella donna emarginata, forse parente, magari vedova, certamente lasciata a sè stessa, era una masca perché così la bollavano gli altri del Cantone, che non l’amavano, la temevano e la schienavano.

    Mia madre no, perché era affascinata dall’antro pieno di stracci dove la donna sopravviveva, ricevendo la bambina offrendole con la generosità dei poveri una bevanda dolce e gradevole, senza svelarle mai cosa fosse davvero.

   La presunta masca, quasi per doveroso retaggio demoniaco, doveva morire tragicamente in un incendio, temo doloso, e anche questa fine tremenda doveva convincere mia madre che si trattava proprio d’una masca.

   Malgrado gli sforzi di tutti quelli del Cantone che avevano cercato di spegnere le fiamme con le acque fetide del rio Merdansc, la stamberga piena di stracci e di cartaccia era bruciata e la vecchia era morta imprigionata all’interno, soffocata dal fumo.

    Dpo che le fiamme s’erano finalmente spente, dalle ceneri ancora fumanti era improvvisamente uscito un grosso moscone nerissimo che era volato lontano.

    Quand’ero ragazzo, come molti coetanei, cercavo una stanzetta tranquilla per farne un luogo d’incontro con gli amici e l’avevo trovata in un cascinotto isolato del Vernato, in via Sant’Agata che cinquant’anni fa era ancora quasi in campagna.

   Senza chiedere caparre, referenze e credenziali, lo stanzino me l’aveva affittato per due soldi una donna anziana che doveva essere anch’ella una masca.

    Sempre con un fazzolettone in testa, un grembialone unto e bisunto in pancia, viveva appartata in una sola stanzetta, umida e spoglia, a pian terreno dove alla rinfusa venivano accumulate vivande, cartaccia, oggetti di lavoro e vestiti smessi attorno ad un lettone tarlato ed un tavolaccio dove la donna faceva, ma solo per pochi, le carte.

   Non era del posto, ma era immigrata in città, agli estremi margini di Biella, da Borriana, lasciando la cascina isolata dove, guarda combinazione, era nata ed aveva vissuto da bambina mia nonna Lina.

   La poveretta di via Sant’Agata tirava pranzo e cena con un lavoro da disperati. Con l’aiuto d’una ragazzotta che a noi ragazzi sembrava brutta e ritardata assemblava giocattoli di plastica un tanto a pezzi, costruendone sempre meno di quelli necessari a ricavare un vero guadagno.

   Ma nella sua miseria, viveva felice e serena, faceva pronostici ma non mancava di lanciare maledizioni contro quelli che, diceva, le volevano male.

  La convivenza con la vecchia era cessata dopo qualche mese per un episodio spiacevole che l’aveva spinta a cacciare fuori la banda dei miei chiassosi amici.

  Un giorno infatti, mentre ci trovavamo riuniti nell’improvvisato circolo, uno di noi, a bassa voce, aveva fatto degli insultanti commenti sprezzanti sulla giovane amica della vecchia.

   Mentre uscivamo, ci eravamo trovati di fronte l’anziana che, contrariamente al solito, non se ne stava nella sua poltronaccia unta e bisunta ma ci aspettava con atteggiamento di sfida sulla soglia del suo alloggio.

   Molto arrabbiata, ci aveva riproverato per aver insultato la sua aiutante e ci aveva cacciato fuori.

   Come poteva sapere che erano corsi fra noi i peggiori discorsi sulla ragazza ? Dal suo alloggio non era assolutamente possibile udire quel che dicevamo al piano di sopra. E allora ?  

   Del resto, nella nostra stanza non c’era nessuno.

   Salvo un grosso moscone nero che svolazzava fastidioso e poi era sparito.

    L’ultima masca é spuntata a sorpresa nei ricordi inattesi e stupefacenti d’una mia amica che faceva l’infermiera. Una donna di scienza e di sapere. che ricordava un’episodio della sua infanzia in una grande cascina, dove i suoi genitori sputavano sangue ogni anno fino a San Martino come fittavoli.

     Costretti alla schiavitù dei campi, nelle ore estive dove il lavoro non lasciava tempo, i genitori affidavano la bimba ad una vecchia (siamo sempre lì) che occupava un alloggetto della grande azienda agricola.

    Un pomeriggio, era accaduto che la donna si fosse improvvisamente assopita, lasciando libera la bimba di giocare nella stanza dove dormiva.

   All’improvviso, dalla bocca sdentata della vecchia era uscito un grosso moscone che aveva preso a ronzare nella stanza mentre la bambina cercava vanamente di catturarlo.

    Più la giovane tentava di colpire l’animaletto e più la donna si agitava, mugugnava dolorosamente, sembrava soffrire e lamentarsi.

   Tutto era finito quando il moscone nerissimo era riuscito a rientrare nella bocca dell’anziana che, svegliatasi di colpo, aveva spiegato alla bambina che cercando di colpire la bestiolina l’avrebbe fatta morire.

    “Non faremo più questo gioco”, aveva poi tagliato corto.     

Masche ?

   Morire nel fuoco dopo aver consegnato a qualcuno i propri segreti; lanciare maledizioni ed ingiurie; trasformarsi in animali sono prerogative delle donne del diavolo.

    Il maligno é sempre in agguato dietro l’angolo.

Saremo grati a chi vorrà segnalarci realtà analoghe a quelle esaminate in questo articolo scrivendo a storiaribelle@gmail.com

   Per approfondire questi argomenti segnaliamo un libro pubblicato da Storia Ribelle casella postale 292 - 13900 Biella.

Roberto Gremmo

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