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AL DIRETTORE | 17 aprile 2019, 15:33

L'opinione di: Pietro Brovarone, "La logica della giustizia"

L'opinione di: Pietro Brovarone, "La logica della giustizia"

“L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva” (art. 27 comma 2° Cost.). Lapidario principio scolpito sulla carta della Legge fondamentale delle Stato Italiano. Questo principio, detto anche principio di presunzione di non colpevolezza – per i puristi del diritto si discosta dall’americana presunzione di innocenza – dovrebbe sempre orientare tutti coloro che si avventurano nel fare valutazioni su indagini penali in corso, su processi penali pendenti, in qualunque grado si trovino, soprattutto quando le valutazioni sono il risultato di informazioni non di prima mano, ovvero non derivano dalla conoscenza degli atti procedimentali.

Spesso mi viene chiesta, da famigliari o amici, una valutazione su casi giudiziari eclatanti, confidando sul fatto che, essendo lo scrivente un soggetto inserito nell’ingranaggio giudiziario, possa dare una lettura più attenta del caso o addirittura intuire già torti e ragioni. Di solito, però, scontento i miei interlocutori dicendo loro che non avendo letto gli atti non posso formulare giudizi e che, al più, sulla scorta di quanto riportano le cronache, è possibile intuire alcuni scenari, ma certo non formulare giudizi, tantomeno con valore definitivo. Il grosso problema legato alla semplificazione massmediatica dei casi giudiziari sta nel fatto che si rischia di trarre conclusioni da elementi parziali con la conseguenza di essere poi smentiti da successivi sviluppi o dall’emersione di fatti ignoti che ribaltano un primo orientamento apparentemente pacifico.

Il caso della presunta violenza sessuale sulla circumvesuviana a Napoli è emblematico dei pericoli che si corrono ad esprimere giudizi affrettati sulla colpevolezza o innocenza di coloro che vengono attinti da provvedimenti giudiziari provvisori di varia natura. Nel caso in questione, poi, v’è ancora da essere più cauti dell’ordinario, posto che i fatti sono ancora in via di accertamento e la prova di reati così gravi e infamanti passa attraverso quello che in gergo si chiama “vaglio di attendibilità” della persona offesa. E’ un complesso esame di elementi di prova costituiti dalle dichiarazioni di chi denuncia e da elementi esterni di riscontro atti a confermare o smentire la ricostruzione del denunciante. L’esame critico di detti elementi, secondo criteri basati su logica giurdico-esperienziale porta, poi, al verdetto di un tribunale.

Tutto ciò fa comprendere come la logica del mordi e fuggi massmediatico, la rapidità tecnologica del calcolatore elettronico nella diffusione di notizie, faccia a pugni con la complessità e lentezza di un giudizio che, su certi fatti, deve essere cauto e prudente per: “Non versare sangue e non tagliarne né più né meno di una libbra esatta di carne” come insegnava Shakespeare ne ‘Il Mercante di Venezia’,  perché questa è la logica della giustizia, dare a ciascuno il suo, ovvero infliggere, se dovuta, una pena giusta o liberare l’imputato dall’inevitabile stigma processuale attraverso una pronuncia assolutoria. 

Pietro Brovarone

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