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Biellese Magico e Misterioso | 07 aprile 2019, 08:00

Il Biellese magico e misterioso: Il maestro “Margaròt” di Occhieppo Superiore bruciato vivo a Vercelli come eretico

A cura di Roberto Gremmo

Il Biellese magico e misterioso: Il maestro “Margaròt” di Occhieppo Superiore bruciato vivo a Vercelli come eretico

Stavolta la rubrica dovrebbe più correttamente intitolarsi “Biellese tragico e doloroso” perché ci occupiamo della fine violenta degli eretici nostrani.

Quello più famoso é stato certamente fra Dolcino, più guerrigliero che predicatore, catturato sui monti del Triverese dopo una strenua resistenza e bruciato sul greto del Sesia.

Poi ci sono state le streghe, presunte o confesse, come Giovanna da Monduro condannata a morte e bruciata viva il 17 agosto 1470.

Ma c’é anche un eretico dimenticato, un povero maestro di scuola del mio paese, Occhieppo Superiore, anch’egli finito al rogo per delle idee non conformiste.

Di lui sappiamo ben poco, neanche quali fossero davvero le sue idee; di certo vi é solo che il Potere ecclesiastico le considerava eretiche, inaccettabili e pericolose. Da estirpare, ricorrendo a mezzi estremi.

Il primo a scriverne alla fine dell’Ottocento é stato lo storico ed archivista Antonino Bertolotti che nel libro “Martiri del libero pensiero e vittime della S. Inquisizione” cita “un maestro di scuola o eresiasca e altri piemontesi dannati al rogo” di nome Giorgio Olivetto che nella Diocesi di Vercelli era stato accusato d’eresia, veniva processato dalla Santa Inquisizione, aveva “ottenuto gratia della vita commutando la pena nella galera” per la benevolenza del Duca di Savoia ma era poi finito bruciato perché il Papa in persona non aveva accettato la concessione del nobiliar perdono ed aveva ordinato di rimettere “l’heretico in potere della giustizia seculare” condannandolo alla pena capitale.

I documenti d’archivio della sua tragedia conservati all’“Archivio di Stato” di Torino sono stati pubblicati di recente da Giorio Tibaldeschi nel “Bollettino Storico Vercellese” in appendice ad un prezioso studio sugli “Eretici a Vercelli nell’Età della Controriforma” e ci permettono innanzi tutto d’identificarlo nel maestro di scuola Giorgio Olivetta detto “Margaròt” che nel 1566 finiva sotto le grinfie dell’inquisitore. Come sottolinea Tibaldeschi, “Margaròt” apparteneva ad una categoria sociale sospetta perché i precettori erano “più disposti alla disputa dottrinale e teologica, più pronti alla critica della gerarchia, più aperti a contatto con gli eretici attraverso i libri”. Tenuto d’occhio da tempo, forse denunciato da qualche malalingua, l’uomo aveva finito per farsi notare come eretico.

Il clima culturale e la situazione giuridica del Piemonte dell’epoca non erano quelli più favorevoli alla tolleranza religiosa ed alla critica, anzi.

Lo stesso Duca in una lettera spedita all’abate Parpaglia di San Solutore relativa proprio al caso del povero Olivetta si vantava che nei suoi possedimenti “si sono veduti castigar molti heretici et col fuoco et con la gallera et con le carceri et con le amende publiche”.

Non sono stati rinvenuti gli atti dei processi cui venne sottoposto il maestro dai Cép Sòra, sappiamo soltanto che nella causa cui venne sotttoposto nel 1562 venne condannato all’esilio dagli Stati Sabaudi.

Incautamente, dopo appena quattro anni, il maestro tornava a Biella “dove più impunemente e pernitiosamente che prima andava spargendo il suo solito veleno in dannatione di quelle povere anime” ed ovviamente, il Podestà ordinava subito il suo arresto, non appena si seppe che stava diffondendo le sue velenose e pericolose idee.

Inevitabilmente, doveva seguire una pesante condanna senza appello.

Nel tentativo di sfuggire al castigo, il maestro chiedeva aiuto a dei parenti che erano in buone relazioni col Duca che concedeva benevolmente la grazia, tanto più che l’inquisito aveva mostrato di essere sinceramente pentito, perché l’Olivetta aveva ammesso gli errori “volendo ritornare al gremio della S. Chiesa”.

Purtroppo la vicenda doveva concludersi nel modo peggiore, perché Pio V si metteva di traverso, non credendo nel pentimento del presunto eretico, chiedendo che fosse castigato senza indugio, togliendogli la vita perché “detto Olivetta è talmente ostinato nella sua heresia che non si può mettere nel numero di coloro li quali siano per convertirsi”.

Buon cristiano, discipinato ed ubbidiente alle volontà del Santo Padre, il Duca si rimangiava la parola e si piegava a consegnare Olivetta al boia.

Pochi giorni dopo Natale del 1566 “fuori della città di Vercelli” il maestro di Occhieppo Superiore saliva al rogo.

Lo storico Bertolotti ricorda che in quell’epoca fosca “di piemontesi eretici se ne trovano per tutta Italia. Il chiarissimo Vito La Mantia, studiando l’inquisizione in Sicilia trovò arso vivo il 18 febbraio 1560, Giacomo Bonello da Dronero, venuto da Ginevra in Palermo qual predicatore; e nel 1595 Giacomo Bruno prete piemontese, pure condannato, qual relapso”, un pericoloso deviante religioso.

 

Saremo grati a chi vorrà segnalarci realtà analoghe a quelle esaminate in questo articolo scrivendo a storiaribelle@gmail.com

Per approfondire questi argomenti segnaliamo un libro pubblicato da Storia Ribelle casella postale 292 - 13900 Biella.

Roberto Gremmo

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