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Biellese Magico e Misterioso | 24 febbraio 2019, 08:00

Il Biellese magico e misterioso: Il linguaggio segreto dei pastori biellesi

A cura di Roberto Gremmo

Il Biellese magico e misterioso: Il linguaggio segreto dei pastori biellesi

Rimasti ai margini del processo di omologazione culturale e spirituale imposto per secoli dai ceti dominanti, i pastori parlavano differente, perché pensavano diversamente.

   Veri e propri ‘anarchici della montagna’ come forma di autoconservazione e di difesa, i pastori avevano elaborato nell’intera regione delle Alpi occidentali, dal Biellese alla Bergamasca, un particolare ‘gergo furbesco’ criptico e misterioso.

    Anni addietro, venne stampato nel Biellese un minuscolo, ormai introvabile, opuscolo sulla lingua dei pastori, intitolato “Slacadùra di Tacolér” col testo d’un manuale curato una sessantina d’anni prima da Giuseppe Facchinetti, “allora ultimo e più fortunato rappresentante di una famiglia di pastori lombardi” che aveva raccolto i termini in uso fra la gente della montagna, offrendolo come “guida per tutti i pastori bergamaschi, veronesi, della Val Camonica, tirolesi, ecc., che vanno per il mondo”.

    Era una sorta di ‘esperanto’ montanaro in parte transitato dritto dritto nelle parlate biellesi della zona alpina; era insomma “un linguaggio convenzionale che accumuna i pastori nei disagi e nelle fatiche della professione, dando loro modo di comunicare e di scambiare le proprie idee in modo pratico e chiaro”.

    Lo studioso biellese Sergio Trivero raccolse qualche anno fa frammenti di ‘lenga bergera’, gergo dei pastori dove “bàit” indicava la ‘grangia’ alpina e “còrna” la montagna, “gnarela [ch]’a la patumma” la giovane che dorme e “la béra” una donna anziana; “merni e tàcoli” mucche e pecore; “caròa” il sentiero oltre alla colorita espressione “tasca buss !” usata per invitare ad un complice silenzio. 

  Questa confienziale, segreta ed iniziatica forma di linguaggio era analoga a quella di altre categorie di lavoratori che conservavano gelosamente il loro particolare codice comunicativo.

    Si dice che i Biellesi hanno ‘’l mal dla pera’ ad indicare la loro attitudine e dimestichezza coi lavori di carpenteria edile e di muratura ed anch’essi, come gli anarchici ‘ladri d’erba’ della montagna usarono un proprio gergo sconosciuto agli estranei alla loro corporazione.

   In particolare, i ‘Valët’ tagliapietre della Bürsch nei lunghi periodi di emigrazione fuori valle comunicavano fra loro con il cosìdetto “Jargun d’Antibo”, una parlata comprensibile a loro soltanto.

  Lo stesso fecero gli spazzacamini ossolani e canavesani, gli ombrellai dell’alto Novarese, i seggiolai di Cossila ed i selciatori di Graja per comprendersi esclusivamente fra compagni quando si recavano fuori regione per lavori stagionali.

   Anche i lavoratori di rame trentini della val di Sole parlavano fra loro quando emigravano un gergo particolare, il “Taron o gain” su cui pubblicò un importante saggio filologico il celebre martire della ‘grande guerra’ Cesare Battisti.

   Secondo il celebre scienziato sociale Cesare Lombroso i simboli (e, quindi, anche i messaggi gergali) possono essere considerati come una forma di comunicazione che ricorda “il periodo fono-ideografico per cui passarono i primi popoli prima di inventare la scrittura alfabetica”. 

   Anche Carlo Cattaneo riteneva che “i dialetti riman[essero] unica memoria di quella prisca Europa che non ebbe istoria e non lasciò monumenti” se non nella psiche e nell’impronta culturale delle sue etnìe autoctone.

    Quando l’opuscoletto di Facchinetti venne ristampato si ebbe l’accortezza di precisare che “[i] pastori erano di certo un popolo, ma ora non lo sono più per tante ragioni facilmente intuibili. La loro lingua che scompare è una di queste cause, non meno importante di altre”.

    Il pastore errante della montagna é noto col nomignolo di “crusch”, lo stesso termine con cui nel leggendario dei Grigioni svizzeri vengono chiamati i piccoli esseri fatati che vivrebbero fra le malghe e gli alpeggi con le dita dei piedi deformi come quelle dei “pé d’òca” della tradizione popolare biellese.

    Forse la consuetudine dei pastori di portare un orecchino d’oro va oltre la convinzione che esso ‘a ten da cont la vista’, preservi la vista. Residuo tangibile della credenza che potesse allontanare degli influssi magici negativi, potrebbe essere un segno evidente a tutti del possesso dei lobi, a differenza dei marginali come gli “Agoti” baschi che non lo avevano.

Saremo grati a chi vorrà segnalarci realtà analoghe a quelle esaminate in questo articolo scrivendo a storiaribelle@gmail.

   Per approfondire questi argomenti segnaliamo un libro reperibile alla libreria “Ieri e Oggi” di via Italia a 13900 Biella.

Roberto Gremmo

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