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Casa Edilizia | martedì 09 ottobre 2018, 09:00

Lotta alla plastica: come la scienza sta cercando di riparare ai disastri del XX secolo, tra funghi “Dr Jekyll e Mr Hyde” e barriere galleggianti

È arrivato il momento di affrontare la realtà: 6.9 miliardi di tonnellate di plastica rinnegati dopo l’uso dai consumatori di tutto il mondo sono divenuti rifiuti e affollano gli ecosistemi del pianeta. Tra questi, 5 trilioni di pezzi, molti quasi invisibili, giacciono negli oceani con devastanti conseguenze ecologiche. Ecco le ultime due trovate della scienza per rimediare

Photo by US Navy of the Great Pacific Garbage Patch

Photo by US Navy of the Great Pacific Garbage Patch

Quantità di plastica ingenti ormai sommergono gli ecosistemi del nostro pianeta, sopratutto quelli marini, e si stanno insinuando perfino nella catena alimentare. Questo problema, nato negli anni ’50 con l’inizio della produzione di diversi polimeri su scala industriale, sta crucciando scienziati in cerca di un rimedio. In Pakistan, i ricercatori del Royal Botanic Gardens di Londra credono di aver trovato una soluzione alla plastica che può essere applicata su scala mondiale: semplicemente mangiarla - ma non nel modo in cui pensate voi.

In una discarica di Islamabad i biologi hanno scoperto una nuova specie di fungo che letteralmente si nutre di materiali plastici come il poliestere poiché ha sviluppato enzimi specifici per assimilarlo. La Prof. Katherine Willis, la direttrice dell’istituto, ha dichiarato a The Times che dato l’interesse dell’industria nel settore un “fungo mangiaplastica” efficace potrebbe essere sviluppato entro cinque anni. Prima però bisognerà identificare i geni interessati ed eventualmente modificare il genoma per poter coltivare il microbo in ambienti diversi, anche sotto gli oceani.

La comunità scientifica stima che il 95% delle specie di funghi sia ancora sconosciuto. Secondo Willis i membri di questo regno biologico si comportano come “Dr Jekyll e Mr Hyde” (mai Stevenson avrebbe pensato che il suo libro sarebbe stato usato per una vera descrizione scientifica): essi sono infatti organismi molto versatili, fondamentali per il sostentamento di ecosistemi, che potrebbero rivelarsi molto utili all’uomo nei campi della bonifica ambientale, medicina e biocarburanti, ma rappresentano allo stesso tempo una delle più grandi minacce alla vita sulla terra in quanto patogeni.

Tuttavia, 6.9 miliardi di tonnellate di plastica potrebbero essere troppe anche per trilioni di funghi affamati, per questo c’è chi si sta rimboccando le maniche per ripulire l’oceano in modi più ortodossi. Uno di loro è l’inventore olandese Boyan Slat che ha fondato l’associazione The Ocean Cleanup all’età di diciott’anni. Dopo cinque anni di test e una spesa di 17 milioni di euro, i suoi scienziati hanno spedito la settimana scorsa una barriera galleggiante lunga 600 metri con il compito di ripulire almeno parte della plastica nella Great Pacific Garbage Patch, “un’isola di plastica” nel Pacifico.

Questo accumulo di rifiuti galleggianti, che sembrerebbe grande quanto tre volte la superficie della Francia, si estende tra le Hawaii e San Francisco ed è creato da una corrente oceanica a vortice. L’associazione mira a recuperare 5 tonnellate di plastica al mese, ma siccome si stima a 80.000 tonnellate la quantità totale nella garbage patch servirà sicuramente un’upgrade per accorciare i tempi. Questa tecnologia riuscirà però ad assorbire solo frammenti con diametro di almeno 1 cm, lasciandosi così indietro la microplastica, ovvero minuscoli frammenti che sono frequentemente ingeriti da organismi marini e trasmessi nella catena alimentare.

Come ricorda Greenpeace, dunque, “la prevenzione è più importante della cura”. Bisogna ridurre la produzione e il consumo di plastica al minimo indispensabile, rendere quasi tutti i materiali biodegradabili o addirittura solubili in acqua senza intossicarla (come si è già riusciti a fare in laboratorio) ed intensificare il riciclaggio.

Dal nostro corrispondente di Torino

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