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ATTUALITÀ | 25 febbraio 2018, 07:00

Piera Aiello, testimone di giustizia, torna a Biella per incontrare studenti e cittadini

Piera Aiello, testimone di giustizia, torna a Biella per incontrare studenti e cittadini

Testimone di giustizia con il giudice Paolo Borsellino, vedova del figlio di un boss della mafia, Piera Aiello torna a Biella per incontrare gli studenti del territorio. Il suo arrivo, fissato per giovedì 1 marzo, è stato a lungo preparato da Libera Biella, soprattutto con gli studenti di diverse scuole medie e superiori del nostro territorio. L'iniziativa è inserita sin dalla scorsa estate nel progetto "Muse alla lavagna" promosso dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Biella, che si articola attraverso diverse proposte educative rivolte agli studenti delle scuole biellesi.

Gettare un seme nel terreno fertile di un giovane che sta crescendo è un proposito che la Fondazione si è posta con questi progetti volti ad aiutare i ragazzi di oggi a diventare gli uomini di domani, il futuro di questo territorio. Fra i numerosi progetti proposti si inserisce anche il laboratorio sulle mafie curato da Libera Biella. Il laboratorio ha cercato di affrontare in questi mesi il tema attraverso momenti di studio ed approfondimento con le classi in funzione sia di un incontro con la testimone di giustizia Piera Aiello, sia delle celebrazioni del prossimo 21 marzo Giorno della Memoria delle vittime innocenti delle mafie. Le modalità di approccio degli studenti al tema delle mafie e all'incontro con la testimone hanno visto prima un momento conoscitivo curato da formatori di Libera nei mesi di novembre, dicembre e gennaio a cui ha fatto seguito, nel mese di febbraio, la lettura ed il commento, svolto efficacemente dagli insegnanti stessi, di alcuni brani tratti dal libro "Maledetta mafia" scritto da Piera Aiello in collaborazione con Umberto Lucentini.

Giovedì 1 e venerdì 2 marzo, grazie al contributo di decine di insegnanti ed al lavoro svolto dai formatori di Libera Biella, Piera Aiello incontrerà più di 50 classi della nostra provincia per un totale di oltre 1100 studenti in 8 assemblee. Inoltre, venerdì due marzo la testimone di giustizia sarà a Palazzo Gromo Losa per incontrare i cittadini partendo proprio dal suo libro "Maledetta mafia" nel quale, in modo semplice ma efficace, racconta il coraggio di una donna che sceglie di "affrontare" .

Piera Aiello nel 1985, all'età di 18 anni, sposa Nicolò Atria. Nove giorni dopo il matrimonio, durante il viaggio di nozze, viene assassinato il suocero Vito Atria, un mafioso di Partanna (TP). Il 24 giugno del 1991, sotto i suoi occhi, la stessa sorte tocca al marito. A partire da questo omicidio in Piera scatta qualcosa. E due nuove vite che, come lei stessa racconta nel libro, iniziano a correre parallele. "Ho due vite che a volte si incrociano, si sovrappongono, si respingono e si fondono. Ho due vite che si accompagnano da quando, una mattina, la morte mi è entrata in casa. Sono stata la moglie di un piccolo boss di un paese della Sicilia. Poi sono diventata vedova di un mafioso, vestita a lutto come impongono le regole della mia terra, con una bimba di tre anni da crescere e una rabbia immensa nel cuore. È in quel momento che il destino ha messo un bivio lungo il mio percorso: dovevo scegliere quale futuro dare a mia figlia Vita Maria”.

E la persona che l'aiuta e la incoraggia in questa difficile svolta, è l’uomo “che una mattina mi ha preso sottobraccio e mi ha piazzato davanti ad uno specchio. Eravamo in una caserma dei carabinieri. Mi ha fatto una domanda semplice e terribile insieme, mentre la mia immagine si rifletteva accanto alla sua”. Quell’uomo era Paolo Borsellino. “Da allora, da quando lo ‘zio Paolo’ mi ha accompagnata davanti a quello specchio e mi ha ricordato chi ero, da dove venivo e dove sarei dovuta andare, sono diventata una testimone di giustizia: non conoscevo il vero significato di queste tre parole, ‘testimone di giustizia’, e di conseguenza ciò che mi apprestavo a essere. Io non ho mai commesso reati, né sono mai stata complice dei crimini di mio marito e dei suoi amici, gli stessi che poi ho accusato nelle aule dei tribunali e nelle corti d’assise. Quel che è certo è che la mia storia, la mia vita, è stata rivoluzionata dalla morte”. Non ultima anche quella di Rita Atria, sua cognata che, a 17 anni, decide di ribellarsi al sistema mafioso, ma non riesce a reggere il dolore della strage di Via D'Amelio del 19 luglio del 1992 dove muoiono il giudice Paolo Borsellino e i cinque uomini della scorta (Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina) e si toglie la vita.

Piera oggi convive con due nomi, quello con cui la chiamano quando va in Sicilia o nelle aule dei tribunali, ovvero “nella parte di vita che è morta quando due killer di Cosa nostra hanno ucciso suo marito sotto i suoi occhi”. Poi c’è il secondo, scelto dai funzionari del Servizio centrale di protezione. E vorrebbe urlarlo, questo nome. Ma correrebbe il rischio di avvolgere la vita di sua figlia e della sua famiglia di nuovo nel terrore. Attraverso il libro e con la sua testimonianza, in questi anni, Piera ha deciso di dare una svolta a questo silenzio, per ricordare il senso di “legalità” che Borsellino le ha insegnato.

Redazione B.

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