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AL DIRETTORE | venerdì 04 agosto 2017, 10:55

Custodiamo la Valsessera: "Un invaso in ogni vallata non è la soluzione"

Egregio  Direttore,

nell’ultimo quarto di secolo la comunità internazionale ha preso sempre più atto, in particolare a livello scientifico, che i cambiamenti climatici e l’aumento delle temperature medie sono correlati alle emissioni in atmosfera e tali emissioni sono - per l’appunto - denominate “climateranti”.

Il cambiamento climatico ha dunque una causa precisa: le “emissioni climateranti”; per affrontarlo alla radice occorre, inevitabilmente, intervenire riducendo queste emissioni, non ci sono altre soluzioni. Purtroppo il problema dei cambiamenti climatici è di interesse mediatico e delle associazioni di settore (gli agricoltori in particolare) solo ciclicamente, quando si registrano periodi di prolungata “siccità” (o eventi calamitosi, piogge intense, grandinate, ecc), ancorché tali criticità non determinano sempre danni così catastrofici a tutte le colture.

Ad esempio la produzione risicola del quadrante nord ovest del Piemonte non ha mai risentito di tale fattore; anche uva ed altre produzioni si avvantaggiano per il prolungato clima caldo e secco. Va osservato al riguardo una triste consuetudine: la maggior parte degli interventi non sono rivolti al “problema” e alle “possibili soluzioni”, ovvero non indicano come contribuire alla riduzione delle emissioni globali, ma trattano, esclusivamente, delle urgenti “opere di mitigazione” da mettere in cantiere.

UNCEM, Coldiretti ed altre associazioni di categoria offrono sempre ed unicamente tale soluzione: realizzare dighe, piccoli invasi ad uso multiplo, cementificare la montagna per assicurare le forniture idriche alla pianura. Nessun’altra proposta. Non si impegnano per la riduzione delle emissioni climateranti in agricoltura.

Il livello di sfruttamento delle acque superficiali ha portato già ad un degrado tale che la gran parte dei corsi d’acqua piemontesi sono in gravi condizioni ecologiche e per tale deficit rischiamo sanzioni da parte della UE (la suddivisione dei consumi vede il settore agricolo al 70%, l’industriale 20% mentre gli usi civili e potabili pesano solo per il 10%).

Molte derivazioni agricole prelevano addirittura rilasciando solo 1/3 del DMV (Deflusso Minimo Vitale). La proposta di cementificare con invasi tutte le vallate piemontesi non può che acuire la situazione generale (soprattutto se i 22 mini-invasi serviranno all’innevamento artificiale, ovvero aumentando le emissioni) con limitatissimo contributo per le idroesigenze agricole nei periodi siccitosi.

La filosofia “un invaso in ogni vallata” è peraltro contraria allo spirito del Piano di Tutela delle Acque (PTA) ove le idroesigenze devono essere commisurate alla disponibilità, non il contrario. Il PTA dispone, prima di considerare la proposta di nuovi invasi, l’attuazione preliminare di specifiche misure (il riordino irriguo, l’efficienza distributiva, la riduzione delle perdite di rete pari anche al 40%, l’adeguatezza colturale, ecc.).

In subordine prevede, con il coinvolgimento nelle scelte dei territori montani (diversamente l’operazione “dighe” si tradurrebbe in mera “colonizzazione” e sfruttamento territoriale) la realizzazione di alcuni invasi, nel limitato numero di 5. Per queste 5 vallate e invasi sono previsti “studi di fattibilità” e gli eventuali progetti definitivi dovranno affrontare le relative procedure di VIA (Valutazione d’Impatto Ambientale).

Nel Biellese, occorre peraltro ricordare, sono già presenti 5 invasi, praticamente uno in ogni vallata. Dedicati ad usi irrigui sono 3: Ingagna, Ostola e Ravasanella. Gli invasi su Ostola e Ravasanella sono purtroppo inidonei ad affrontare prolungati periodi siccitosi. I loro bacini imbriferi sono troppo piccoli e contenute sono le quote dei rilievi, in sostanza raccolgono poca pioggia.

Per queste ragioni già in passato è stato criticato il rapporto “costo–benefici” di tali invasi e tale criticità ha obbligato il Consorzio di Bonifica ad avanzare onerose soluzioni quali il trasferimento di acque dal bacino dello Strona di Postua (realizzato) e dal bacino del Sessera (l’ampliamento della diga di Mischie e una condotta lunga 30 km, opere da noi contestate ed al momento non realizzate).

Purtroppo è difficile trattare tali argomenti in un contesto esclusivamente “propagandistico” e condizionato da tanti interessi socio-economici. Delia Revelli e Bruno Rivarossa, di Coldiretti, affermano che “nella nostra Regione sono rilasciati nel Po, senza nessun utilizzo, ben oltre il 50% delle risorse disponibili che, invece, potrebbero soddisfare diversi milioni di abitanti”.

Per ARPA, invece, ben il 50% circa dei corpi idrici piemontesi non raggiunge gli obiettivi di qualità fissati dalla Direttiva Comunitaria “ACQUA” e ciò a causa dell’eccesso dei prelievi e delle pressioni antropiche (la Regione Piemonte e lo Stato Italiano rischiano di pagare una salata multa per l’infrazione della Direttiva).

E va osservato che i tanti problemi legati alla mancanza di acqua nel medio corso del Po (l’area con più criticità) non sono dati esclusivamente dal calo delle precipitazioni, dall’aumento delle temperature e/o da carenze infrastrutturali ma anche dall’eccesso dei prelievi condotti dai “colleghi agricoltori” posti a monte, nella pianura pedemontana piemontese, lombarda, emiliana e veneta.

 

c.s. Custodiamo la Valsessera

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