/ 

In Breve

Che tempo fa

Cerca nel web

| domenica 22 marzo 2015, 09:05

STORIE PARTIGIANE L'eccidio di Salussola

“E’ stato il diabolico tranello di una spia che, ospitandoci nella sua tenuta, avvertiva i nemici della nostra presenza. Eravamo giunti laggiù, sulla sponda sinistra del canale Cavour, tra la foschia umida e densa del corso d’acqua insidioso e viscido, sul fare dell’alba dopo dieci ore di marcia”.

Sergio Canuto Rosa (Pittore) di Moustaky - Opera propria

Sergio Canuto Rosa (Pittore) di Moustaky - Opera propria

Bianzé/Livorno Ferraris fine febbraio 1945
Si ritornava nella nostra zona, dopo una permanenza di due mesi e mezzo nel Monferrato, dove avevamo trascorso il freddo inverno. Un nostalgico  rientro, il nostro, che viene interrotto dalla malvagia opera di un delatore. Sapeva del nostro arrivo e, per ottenere favori dai nazifascisti, non aveva esitato a mettere in atto un piano diabolico.
Siamo stanchi e assonnati, quando veniamo sorpresi, a Cascina Spinola, e circondati da forze repubblichine cinque volte superiori a noi. Ci troviamo nella penosa situazione di non poter sparare sugli assalitori, per non colpire i nostri stessi compagni già catturati e posti tra noi e loro. Qualcuno, che si trovava al piano di sopra della cascina, è riuscito a fuggire, senza essere notato. Difficile, però, che possa tornare con i rinforzi.
Ci hanno bloccati e consegnati ai tedeschi, che ci spogliano di tutto dopo averci percosso, coperto di insulti. Poi, ci dividono. Dei trentatré componenti il mio distaccamento, dodici vengono trasferiti a Vercelli e il presentimento che si fa largo tra noi, è che non li avremmo mai più rivisti vivi. Ci salutiamo con un abbraccio fraterno, che altro non voleva che significare come, da buoni patrioti, bisogna saper morire senza tradire la fede nella propria causa. Con la morte nel cuore, ci abbracciamo, trattenendo le lacrime e facendoci auguri a vicenda.

Salussola primo marzo 1945  
Siamo rimasti in ventuno a condividere la triste odissea. Dodici dei nostri li hanno caricati su un camion e portati via. Tante le domande che ci affollano la mente. Gli altri vanno forse verso morte certa? E quale sarà la nostra, di sorte? Ci attende il cambio e la salvezza, il campo di concentramento oppure la fucilazione?
Quest’ultima probabilità pare la più certa. E non manca tra i soldati e gli ufficiali chi, sadicamente, ci fa balenare davanti agli occhi la prossima fine. Sanno che sono un propagandista e un vice commissario di guerra, per questo mi sottopongono a continui e sfiancanti interrogatori, anche perché, al momento della cattura, hanno trovato nel mio portafogli tre giornali murali.
Il loro contenuto è inequivocabile: propositi di rivoluzione, guerriglia e intransigenza assoluta nella lotta contro il nemico. Non solo, ma gli scritti portano in calce la scritta: “A morte i fascisti, a morte i tedeschi, pace e libertà ai popoli”. Non mi nascondono che la mia posizione è gravissima e ogni volta mi riportano in quella cella. Una cella angusta e umida, che non potrebbe contenere più di cinque persone, e invece, rinchiusi, siamo in dieci; non riusciamo a girarci, né avere un filo di luce.
In queste condizioni arriviamo all’ottavo giorno di prigionia fino a quando non ci avvertono che, durante la notte, avremmo avuto il cambio a Salussola e saremmo stati restituiti in tal modo alla nostra libertà. E’ solo un macabro inganno. Partiti da Santhià, con una colonna di automezzi tedeschi, prendiamo invece la strada dell’ultima destinazione.  

Salussola, 8-9 marzo 1945
Raccontare gli orrori di quella notte, supera ogni possibilità umana, tanto è il dolore che sento ancora dentro. Nella sala al pian terreno del Municipio del paese siamo sottoposti alle torture più crudeli: qualcuno mutilato, altri pugnalati con lame infuocate e punzecchiati con ferri roventi. Ho la testa indolenzita per i colpi ricevuti con il calcio del mitra e i pugni ricevuti in viso; buttato a terra in un angolo pensa all’orribile fine che ci attende, in quello stanzone gelido dalle pareti già macchiate del sangue di altri compagni. Ma quanto durerà ancora, questa agonia?
Una guardia tedesca con una risata cattiva, ci getta addosso dell’acqua gelida, urlandoci che saremmo stati uccisi prima dell’alba. Rimpiansi amaramente di non potermi difendere, di non poter morire in combattimento e vendere cara la pelle. Con quale forza odio i nostri aguzzini! E intanto sento i loro discorsi e i progetti di ucciderci con i più crudeli e raffinati supplizi. Parlano di incisioni, di disegni impressi con il pugnale sul nostro corpo; parlavano di legarci tra due autocarri in modo e di squartarci a metà.
Desidero solo che tutto finisca al più presto. Ma le ore suonate dal vicino campanile sembrano altrettanti rintocchi funebri, mentre, come in un film vertiginoso, mi appaiono i visi delle persone più care e tutta la mia vita mi scorre davanti. Sono le quattro e mezza del mattino, allorché qualcuno entra nella stanza, con più ferocia della sera prima.  

Salussola, 8-9 marzo 1945
Mani insanguinate, pugnale tra i denti, occhi torbidi, continuano nella loro opera di massacro; neppure quelli in fin di vita o quelli spirati nella notte vengono risparmiati. L’orrore di quella scena, la visione di una simile strage è insopportabile, mi auguro che presto si rivolgano verso di me, per porre fine a una tale tortura.
Vedo entrare un sottufficiale seguito da alcuni soldati, mentre diversi repubblichini, insieme a militari tedeschi, rimangono sulla porta in attesa. Mi alzo in piedi, con uno sforzo immane, e loro, assicuratisi che fossi legato, mi buttano in mezzo agli altri che, stringendomi per le braccia e affondandomi nel collo le dita, mi trascinano fuori coprendomi di pugni e calci e sputandomi in viso. Due altri compagni mi seguivano anch’essi stretti tra un gruppo di fascisti. Lungo il tragitto un partigiano sviene e viene subito pugnalato.
Sullo spiazzo, a lato del Municipio,  scorgo, nella fioca luce lunare, che i fari di un camion illuminano un tratto di muro. Un gelo improvviso mi riempie il cuore; deva essere l’ultima immagine, prima di morire, quel muro di cimitero…
Stringo i denti e mi faccio forza: sarà l’avventura finale. Sono in punto di morte e non mi pare vero, mi stupisco della mia lucidità e di come non perdo nessun particolare. Sento dall’interno del mezzo pesante scattare il carrello d’armamento di un mitragliatore; mi accorgo che tutti preparano i mitra… “Prima alle gambe e alle braccia”, grida qualcuno.  

Salussola, 9 marzo 1945
Mi spingono contro il muro, forse deve raggiungermi anche qualche compagno, perché resto qualche istante sotto la luce dei fari, tenuto fermo, mentre una voce all’orecchio mi dice: “Hai finito di fare il bandito, vigliacco!”. Sopraggiunge un sottufficiale che strappandomi di dosso il giubbetto da partigiano mi grida: “E’ troppo comodo morire subito… voglio scriverti sul petto col pugnale quello che sei… bandito, ribelle… comunista…”.
E’ allora che sento riaffluire il sangue nelle vene nello spasmodico scatto di tutti i nervi, che si ribellano. Libero una mano e, voltandomi di scatto, colpisco il graduato con un pugno alla mascella, e mi lancio oltre buttandolo a terra, cacciandomi in mezzo ai fascisti che mi circondano. Prima a terra e poi di scatto in piedi, non riescono a bloccami, ma solo a strapparmi la divisa. E non possono nemmeno sparare, senza colpirsi a vicenda.
Prendo colpi tremendi al viso e al capo, ma vedo un varco e corro, per buttarmi nel vuoto, oltre il muro del cimitero. Mi è rimasto avvinghiato un soldato e adesso, giunti sull’orlo, il sembra riprendersi. Cerco di divincolarmi, nel tentativo di buttarmi nel burrone pieno di alberi e finisco per trascinarlo con me. Grida “Aiuto”, mentre gli stringo forte le tempie; sento che tenta di estrarre il pugnale dalla cintura, ma non riesce. Mi butto a testa bassa nel burrone tra un fitto di bosco di cespugli e di piante spinose. Arriva una fitta gragnola di colpi, mentre lo scoppio delle bombe a mano mi impedisce di proseguire. Le forze iniziano a mancarmi, non mi reggo più in piedi… perde sangue da tutte le parti, ma una volontà granitica mi impedisce di fermarmi e di mi conduce lontano, il più lontano possibile. Finisco in un canale, l’attraverso e proseguo di corsa incespicando e cadendo, mentre i colpi di arma da fuoco si fanno sempre più radi.  

Salussola 9 marzo 1945
Riesco a raggiungere un’altura a Salussola e mi fermo a riprendere fiato. E’ allora che sento una raffica, e un’altra ancora. Sono i miei poveri compagni che cadono sotto il piombo assassino. Provo un dolore terribile, eravamo fratelli, condividevamo gioie, dolori, speranze e nostalgie. Nel contempo, però, sono felice di essere potuto sfuggire al nemico, di poter, un domani, vendicare questi fratelli caduti.
L’orizzonte si arrossava lievemente: sorge il sole. Sono libero, ferito ma libero, fantastico estasiato su questa parola, sul grande significato di questa parola. Sono riuscito a sottrarmi alla prigionia, alla morte, a una orrenda morte. Torno a essere un partigiano, posso riprendere attività nelle formazioni garibaldine, riavere un’arma per battermi ancora e raggiungere con la nostra giustizia i responsabili degli assassini dei nostri compagni, colpevoli null’altro che di lottare per liberare il Paese dagli oppressori e dai traditori.  

Il racconto dell’unico sopravvissuto alla strage di Salussola, Sergio Canuto Rosa "Pittore", è tratto dal libro: “Una scrittura morale Antologia di giornali della Resistenza” di Francesco Omodeo Zorini per l’Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli “Cino Moscatelli”

e.g.

Ti potrebbero interessare anche:
Prima Pagina|Archivio|Redazione|Invia un Comunicato Stampa|Pubblicità|Scrivi al Direttore